Le capacità legate all'apprendimento rappresentano un fattore strettamente personale che varia in base a componenti genetiche individuali: molti ragazzi, ad esempio, trovano incredibilmente difficile cimentarsi con il mondo delle equazioni di secondo grado; altri, al contrario, paiono avere una naturale predisposizione per l'algebra, ma vengono assaliti da un panico quasi atavico di fronte ad una versione di latino.
Esiste poi una categoria a sé stante, costituita da quegli studenti vagamente nerd, per i quali gli scogli maggiori sono rappresentati dalle lezioni di educazione fisica e per i quali capire da che parte voltarsi in corrispondenza dei comandamenti “decubito prono” e “decubito supino” ,urlati dal terribile insegnante munito fischietto al collo, rappresenta un ostacolo insormontabile.

Se vi siete riconosciuti nella descrizione e vi state ancora domandando dopo anni se dovete sdraiarvi a pancia all'aria oppure con la schiena verso il soffitto, un recente studio condotto dal Karolinska University Hospital di Stoccolma, vi offre l'occasione (tanto attesa) per dimenticarvi dei vari decubiti e per stare in piedi, alla faccia del professore.
Stare in piedi, infatti, pare possa aiutare a proteggere il nostro patrimonio genetico e a contrastare gli effetti dell'invecchiamento dovuti al suo naturale declino: secondo lo studio pubblicato sul British medical Journal, assumere una posizione eretta più volte nell'arco di una giornata cosituirebbe una sorta di elisir di lunga vita e il metodo più efficace per allontanare il rischio di morte precoce.
Secondo i ricercatori svedesi, esiste una relazione tra il tempo trascorso stando seduti e la lunghezza media telomeri, componente collocata all'estremità dei filamenti di Dna, la cui misura è associata all'invecchiamento cellulare sulla base di uno schema direttamente proporzionale che prevede, al diminuire della lunghezza dei telomeri, una ridotta longevità della cellula atta ad ospitare la porzione di fialmento.
I medici scandinavi hanno monitorato le condizioni di salute di 49 pazienti (tutti sopra i 60 anni, sovrappeso e sedentari), scoprendo una correlazione diretta tra l'assenza di attività fisica e una minor lunghezza dei telomeri del loro Dna, andando così ad istituire un legame su base genetica in grado di spiegare il rapporto (dato per assodato su base statistica) che intercorre tra sedentarietà e invecchiamento cellulare precoce.
Pare dunque che una vita condotta all'insegna dell'ozio assoluto o incentrata su attività compiute stando seduti, oltre a produrre effetti nefasti sul tono di salute delle articolazioni e dell'apparato cardiovascolare, eserciti un'influenza sui quei meccanismi profondi che determinano quanto a lungo potremo vivere e le modalità generali del nostro processo di invecchiamento.
Se dunque, qualcuno di voi ha accolto con gioia la possibilità di rimuovere dal proprio dizionario i vari decubiti proni e supini, l'entusiasmo di tutti i nemici dell'attività fisica si deve necessariamente arrestare qui: la conoscenza dei termini che stabiliscono il modo in cui ci muoviamo è forse trascurabile, ma il movimento stesso non lo è affatto, almeno dal punto di vista del nostro DNA e di tutti quei meccanismi che determinano le nostre modalità di apprendimento e la loro ipotetica fine prematura.










