Persino le persone più ligie ai doveri e alle regole morali, per le quali annusarsi le ascelle corrisponde ad un'esalazione del proverbiale odore di santità, possiedono un inconfessabile vizio segreto: c'è chi non sa resistere alla sigaretta dopo pranzo, chi preferirebbe amputarsi un orecchio piuttosto che dire addio al vino; chi resterebbe a letto per sei anni di seguito senza un caffè e chi, invece, non sa porsi un limite davanti ad una tavola imbandita.
Se le soluzioni proposte dalla medicina moderna per arginare le terribili abbuffate compulsive assomigliano più a torture medievali che a comuni terapie, pare che una semplicissima pillola destinata alla cura (o al miglioramento del quadro sintomatologico) del morbo di Alzheimer possa frenare l'incontrollabile istinto che ci porta a finire tutto quello che abbiamo nel piatto, persino nel caso in cui il piatto in questione abbia le dimensioni di una villa con piscina.

La notizia giunge da un gruppo di ricercatori della Boston University (del quale fanno parte anche gli italianissimi Pietro Cottone e Valentina Sabino), che sono riusciti a risalire all'effetto anti-abbuffate della molecola denominata memantina, nell'ambito di un lungo studio incentrato sul binge-eating disorder condotto in collaborazione con l'Università di Cambridge.
I numerosi test effettuati dai medici americani sulle cavie da laboratorio, alle quali veniva offerta una quantità sterminata di cibo per provocare reazioni simili alle abbuffate umane, hanno mostrato la capacità della molecola, ideata per combattere l'Alzheimer, di agire sulla zona del cervello deputata all'istinto della fame, andando ad inibire la tendenza ad alimentarsi in modo compulsivo e ponendosi così come un'ottima alternativa ai ari by-pass gastrici e alle lunghe diete, spesso difficili da portare a termine.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology ,è riuscito non solo nell'intento di dimostrare l'efficacia della molecola da un punto di vista empirico, ma anche ad individuare l'area cerebrale definita come “nucleo acumbens” come l'epicentro delle sindrome nervose connesse con l'istinto della fame, confermando così quanto supposto da studi precedenti e offrendo nuovi spunti di indagine per la soluzione di tutte le disfunzioni alimentari (bulimia, anoressia) che trovano in una componente psico-somatica il loro terreno d'elezione.
Se i risultati fatti registrare durante l'esperimento incentrato sui topo troveranno un corrispettivo in ambito di indagine sugli esseri umani, sarà possibile sradicare in modo agevole un vizio che tende ad assume connotazioni patologiche se protratto in assenza di limiti; il che ovviamente non si traduce in un invito, per tutti i soggetti guariti, ad ergersi a giudici dei vizi altrui e a cercare nella memantina quel proverbiale odore di santità che acuisce i difetti altrui e sminuisce i nostri.












