Anche se spesso privo di reali nozioni algebriche, il genere umano è portato per sua stessa natura a ridurre la realtà che lo circonda ad un insieme di numeri e cifre: se l'apostolo Pietro si domandava quante volte avrebbe dovuto perdonare il prossimo suo prima di venir esentato dal vincolo (settanta volte sette, per la cronaca); l'uomo moderno non è da meno e necessita di un fattore numerico in grado di motivare e regolare il suo agire.
Premesso che i benefici di una sana e costante attività fisica sul nostro organismo sono tanti e di tale natura, da poter essere considerati quasi infiniti, al pari dell'evangelico settanta volte sette; i ricercatori della Iowa State University hanno cercato di fornire una misura meno ambigua, in grado di motivare tutti quegli scettici che attendono ancora numeri e prove prima di alzarsi dal divano.

Per migliorare il proprio stato di salute generale e dimezzare il rischio di incappare in problemi di natura cardiovascolare, è infatti sufficiente svolgere una moderata attività fisica per un tempo pari a sette minuti al giorno, obiettivo decisamente accessibile a chiunque sia in grado di deambulare autonomamente.
I ricercatori americani, capitanati dal dottor Duck-chul Lee, hanno effettuato un lungo e meticoloso studio, prendendo in esame i dati relativi a 55.137 adulti (compresi tra i 18 e 100 anni), lungo un arco temporale pari a 15 anni, al fine di individuare l'esistenza di un nesso tra la longevità dei soggetti e la loro abitudine a svolgere una costante attività fisica nell'arco di buona parte della loro vita.
Dallo studio, pubblicato sul Journal of American College of Cardiology, è emerso che i partecipanti al test che svolgevano regolare attività fisica, indipendentemente dalla quantità del loro sforzo, presentavano una maggior aspettativa di vita del 30% e un rischio cardiovascolare quasi dimezzato, sulla base di una quantità minima di moto stimata in sette minuti al giorno e corrispondente ad una soglia di percorrenza pari a 10 km alla settimana.
Durante il periodo preso in esame, 3413 partecipanti al test sono venuti a mancare (dei quali, circa un terzo a causa di problematiche di natura cardiovascolare) e il tasso di mortalità relativo ai soggetti in esame si concentrava quasi interamente su individui completamente sedentari, andando a rafforzare la statistica esposta dai medici dell'Iowa.
L'elemento innovativo della ricerca in questione, a fronte delle centinaia di test destinati a decretare ciò che risulta ovvio su base empirica, consiste nel fatto che non esisterebbe in realtà nessuna relazione di tipo proporzionale tra la quantità di moto praticato e la longevità: tanto i soggetti che svolgevano attività fisica intensa, quanto coloro che dedicavano un lasso di tempo molto ridotto, presentavano i medesimi effetti benefici sulla loro aspettativa di vita e sul rischio cardiovascolare, andando così a sfatare il mito secondo il quale il moto diventa proficuo solo dopo una determinata soglia, generalmente piuttosto alta.
Gli esiti della ricerca non si traducono, logicamente, in un invito alla decrescita felice dell'attività fisica per tutti gli appassionati di sport, ma nel piccolo incentivo, a lungo atteso, per tutti coloro che desistono dai loro propositi, ritenendo (erroneamente) di dover dedicare quantità di tempo e di sforzi immense per poter trarre vantaggio dal moto quotidiano.
Se attendevate dunque una prova tangibile di natura numerica per cominciare a muovervi, la ricerca può costituire un movente più che sufficiente affinché iniziate la vostra nuova vita; se poi doveste chiedervi per quanti anni a venire sarebbe utile cimentarsi con le corsette quotidiane: beh, in tal caso non ci resta che rispolverare (con minor autorevolezza) l'evangelico settanta volte sette.









