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Quando il cibo inquina, l'allarme di Coldiretti

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Quando il cibo inquina, l'allarme di Coldiretti

Come se non bastasse la proverbiale erba del vicino (che per definizione è sempre più verde della nostra), in un mondo ormai globalizzato e privo di regolamentazioni relative al grande mercato agro-alimentare planetario, pare che anche i mirtilli coltivati in Sud America siano diventati più rossi dei nostri, gli asparagi più verdi e le rose, ovviamente, più rosa.

Già, perché la bilancia delle nostre esportazioni agricole ha cominciato (ormai da lungo tempo) a flettersi pericolosamente, mentre le importazioni di alimenti provenienti dall'altra parte del Mondo hanno conosciuto una vorticosa impennata che ha stravolto la nostra percezione dell'abituale consumo agro-alimentare.

Senza voler entrare nel merito della (sicuramente eccelsa) qualità di tutti quei prodotti che quotidianamente invadono le nostre tavole e i nostri giardini dopo aver compiuto un lunghissimo viaggio, occorre constatare come l'unico colore a non stingersi mai in questo arcobaleno alimentare sia sempre il nero; nero come il petrolio che viene costantemente bruciato per garantirci un'alimentazione esotica e una varietà frutticola che non consce stagione.

Cocomero

In occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente, la Coldiretti ha presentato un dossier intitolato “Lavorare e vivere green in Italia” nel quale sono stati messe in luce tutte le problematiche ambientali connesse con l'importazione selvaggia di prodotti extra-Ue ed è stata stilata una top ten decisamente poco lusinghiera, dei prodotti maggiormente inquinanti per il pianeta.

Secondo il rapporto di Coldiretti, in cima alla lista nera ci sarebbero ciliege cilene, mirtilli argentini e asparagi del Perù; tutti prodotti che giungono sulle nostre tavole dopo aver compiuto un viaggio di oltre 10000 km, durante il quale una quantità superiore a 6 chili di petrolio viene bruciata per ogni chilo di prodotto trasportato e oltre 20 chili di anidride carbonica vengono prodotti e immessi nell'aria durante i processi di combustione.

Scorrendo la classifica, subito a ridosso del “podio”, si trovano le rose dell'Ecuador (per le quali è stata denunciata anche una situazione di sfruttamento del lavoro), le more del Messico, i cocomeri del Brasile, i meloni di Guadalupe, i melograni di Israele e fagiolini dell'Egitto; tutti alimenti che pur di consentirci di gustare un prodotto fuori stagione, inquinano irreversibilmente proprio quella Terra che consente la loro coltivazione.

Laddove la legislazione mondiale ha evidentemente fallito, lasciando scappare buoi e cocomomeri senza troppe preoccupazioni per l'avvenire del Pianeta, solo un consumo responsabile può limitare i danni ambientali causati dal fenomeno e tornare a rinvigorire un settore nostrano messo a dura prova dalla crisi globale e dalle scarse tutele messe in campo da governi locali e dagli enti sovrannazionali.

L'invito lanciato da Coldiretti è quello ad attenersi al consumo della consuete varietà stagionali e a privilegiare, in modo pressoché totale, tutti prodotti provenienti da un'agricoltura Made In Italy, coltivati a pochi chilometri di distanza dalle nostre abitazioni, nel pieno rispetto di diritti sindacali e norme igieniche.

Come spesso accade, solo un radicale cambio di mentalità e un'adeguata divulgazione potranno porre rimedio a danni destinati ad aumentare in maniera esponenziale col trascorrere del tempo: i cambiamenti epocali spesso trovano le loro radici in azioni comuni e in principi molto semplici, come quello che ci imporrebbe di lanciare uno sguardo all'erba del nostro giardino, prima di stabilire per decreto la qualità di quella del vicino.

       

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