De gustibus non disputandum est.
Fin da bambini, i nostri genitori e i nostri educatori ci insegnano (o quantomeno, dovrebbero farlo) a non discutere dei gusti altrui e a non farci beffe di coloro che, in aperta controtendenza con l'immaginario gastronomico infantile, disdegnano con una smorfia tutti quei sapori che ai nostri occhi (e al nostro palato) appaiono come dei sottili piaceri in grado di arricchire la nostra esistenza, preferendo magari carote e fagiolini a caramelle e gelati.
Il gusto è una componente soggettiva, talmente personale che, spesso, siamo portati ad identificare la nostra unicità in quanto esseri umani, proprio sulla base di una complessa gamma di preferenze che ci contraddistinguono e che fanno sì che il pronome personale “io” acquisti un senso marcatamente intimo, sulla base di tutto ciò che ci piace e di tutto ciò che, invece, suscita in noi genuino ribrezzo.

E se, invece, i nostri gusti non fossero poi tanto nostri, ma si trovassero ad essere il risultato di fattori genetici che si tramandano di padre in figlio, attraverso le generazioni?
La scoperta giunge dai ricercatori dell'Università di Trieste e da quelli dell'Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Burlo Garofolo, secondo i quali, a stabilire in nostri gusti alimentari in maniera ancor meno sindacabile di quanto credevamo, sarebbe il nostro patrimonio genetico, unico vero responsabile di inclinazioni e preferenze a tavola.
Gli studiosi italiani sono giunti a questa rivoluzionaria conclusione conducendo un test incentrato su 4000 volontari, ai quali sono stati sottoposti alimenti (siddivisi in 80 gruppi) al fine di stabilire una correlazione tra il loro eventuale gradimento e il profilo genetico individuale do ognuno di loro.
Confrontando i risultati e le preferenze dei soggetti con la loro mappatura genetica è emerso che, per almeno 17 cibi previsti dal test (tra i quali pancetta, vino bianco, carciofi e broccoli) il livello di apprezzamento risultava indissolubilmente legato al patrimonio genetico individuale di ogni volontario, sulla base della presenza di determinati geni in grado di influire con la trasmissione dei segnali gustativi al cervello e della loro elaborazione, durante il complicato processo che conduce gli impulsi sensoriale dal palato fino ai recettori del gusto.
La scoperta, oltre a mutare la percezione che abbiamo del confine che divide il gusto dalla presa di posizione pura e semplice, apre l'orizzonte all'ideazione di diete personalizzate, aventi come discrimine proprio il patrimonio genetico di ciascuno di noi: se, infatti, la tendenza a non consumare un determinato alimento considerato “salutare” è sempre stata vista alla stregua di una scelta dettata da capriccio o da una mera preferenza, la scoperta di una componente genetica muta completamente il panorama, obbligando dietologi e nutrizionisti a tenere conto di un fattore ineliminabile.
Gli ormai immancabili “cerchi di sforzarsi” ripetuti come un mantra dai medici di tutto il mondo, verrebbero dunque meno, lasciando il posto alla sostituzione con altri alimenti, più confacenti alla volontà dei nostri geni e della nostra secolare eredità alimentare.
Abbandonate dunque tutti i residui pregiudizi sul mondo dei gusti e spiegate ai vostri figli che, se un altro bambino snobba gelati e caramelle, non lo fa per distinguersi o per auto-isolarsi dal piccolo gruppo sociale al quale appartiene, ma perché, probabilmente, i suoi padri e i suoi nonni hanno dovuto in passato subire lo stesso tormento e le stesse odiose canzonature, trovandosi soli a fronteggiare il mondo con un laconico “non disputandum” come unica difesa.










