Sanità: via libera dal Senato a tagli per 2,3 miliardi di euro
Sul fatto che la nostra sanità pubblica assomigli sempre più ad un lungodegente bisognoso di intervento, ormai non paiono esservi più dubbi; le uniche perplessità riguardano tuttavia quel particolare sistema di tagli statali attraverso il quale i vari ministri della Salute si ripropongono di eliminare quotidianamente metastasi e metaforiche cellule cancerose, salvo poi esagerare nel fine lavoro di cesellatura e andare a recidere arterie e organi vitali della cosa pubblica.
In un clima sempre più orientato ad una spending review radicale in grado di riorientare (se non addirittura ristrutturare) la spesa pubblica, l'aula del Senato ha approvato questa mattina, con 163 voti favorevoli, 111 contrari e nessun astenuto, il piano governativo che prevede tagli alla Sanità per circa 2,3 miliardi di euro ogni anno e il corrispondente recupero di sprechi, utile ad abbassare la pressione fiscale.

Inserito all'interno del “decreto enti locali”, attraverso il quale lo Stato si propone di rivedere gli accordi vigenti con i Comuni, il consistente pacchetto di tagli sanitari approvato al Senato mira ad un recupero di circa 7 miliardi nel periodo compreso tra il 2015 e il 2017, per poi puntare sul reinvestimento delle risorse ricavate, sia in ambito fiscale quanto a livello di creazione di nuove strutture e nuovi servizi.
Senza voler entrare troppo nel merito del dibattito che vede il ministro Lorenzin contrapposto alle associazioni di categoria e alle Regioni, secondo le quali il decreto sottrae ossigeno vitale alla sanità pubblica, il provvedimento mira principalmente ad abbattere tutte quelle prestazioni sanitarie specialistiche definite come superflue, o addirittura pericolose, che gravano in maniera consistente sulle casse dello Stato, in quanto generalmente rimborsabili tramite il sistema del ticket.
In sostanza, mentre l'obiettivo del Governo è quello di porre un freno ai medici di base che prescrivono visite specialistiche e farmaci non appena il paziente accenna uno starnuto, le associazioni dei medici di famiglia si sentono, d'altro canto, ferite nell'orgoglio e considerano il decreto come un bavaglio imposto alla loro azione.
Più che le polemiche della vigilia, che in questo Paese hanno assunto ormai i connotati di un gioco di ruolo a prescindere dal colore del governo in carica e dall'effettiva bontà dei decreti emanati, il reale banco di prova del provvedimento è rappresentato dall'auspicata capacità di far cassa, senza che la misura introdotta venga percepita dal comune cittadino alla stregua di un limite insormontabile; prospettiva dalla quale passa la differenza tra un intervento chirurgico mirato ed una grossolana operazione in grado di recidere le arterie e i pochi organi sani rimasti.





