“Sbollire” un uovo sodo per aiutare la lotta al cancro
In qualità di specie “privilegiata”, in grado di dominare, ormai da migliaia di anni, su tutte le creature di questo Pianeta, ogni tanto ci piace affermare il nostro dominio mediante l'alterazione di leggi fisiche o della conformazione geografica degli elementi naturali; per cui, non esiste un'attività più consona alla nostra potenza di quella rappresentata, ad esempio, dall'alterazione del corso di un fiume, dal controllo di un vulcano o (perché no?) dal far tornare un uovo sodo allo stato liquido.
Se la sola idea di vedere tornare un uovo ormai cotto al suo stato primordiale può apparire tanto impossibile quanto autoreferenziale; urge sapere che non solo un'equipe di ricercatori facenti capo all'Università della California è riuscita nell'intento, ma che la cosa potrebbe persino avere delle implicazioni nel corso dell'annosa battaglia contro il cancro.

I ricercatori californiani hanno infatti fatto bollire un comune uovo di gallina alla temperatura di 90 gradi per un lungo periodo di tempo, utile alterare completamente la struttura di tuorlo e albume mediante l'espulsione di ogni particella d'acqua contenuta al suo interno ed hanno, in seguito, invertito il processo mediante l'aggiunta di urea e tramite il ricorso ad un aprticolare macchinario che ha consentito così il ritorno dell'uovo alla sua forma primordiale.
In sostanza; se esponiamo un uovo a temperature elevate per un lungo periodo otteniamo l'effetto di separare le sue componenti proteiche dalla struttura liquida e di spingere le proteine ad aggregarsi in forma viscosa; a questo punto subentra l'urea che risulta in grado di separare le proteine “incollate” tra loro consentendo così l'intervento di un macchinario in grado di riportare il tutto allo stato liquido.
Se vi state domandando il perché di questo strano esperimento, la ragione risiede nel fatto che una dettagliata analisi del processo che porta i composti proteici ad aggregarsi (e in seguito a disaggregarsi) rappresenta un utile strumento per comprendere a fondo le modalità con cui si formano le masse tumorali e per fornire, al contempo, all'industria medica una nuova metodologia terapeutica, basata appunto sulla scomposizione di particolari aggregati cellulari.
Ideare un sistema in grado di disaggregare composti proteici potrebbe cioè consentire un risparmio in termini economici a tutte quelle da aziende farmaceutiche che basano si affidano a lunghi e costosi processi per ottenere identici risultati e fornire un surplus conoscitivo in materia alla ricerca sula lotta ai tumori.
Grazie allo studio pubblicato su CemBioChem, siamo oggi consapevoli di una nuova sfaccettatura di quelle che sono le nostre infinite potenzialità su questo Pianeta e del fatto che, in fondo, l'idea di affermare in modo compiuto il nostro dominio sulla terra passa dalla possibilità di debellare tutti quei fenomeni (cancro in primis) sui quali non abbiamo ancora un effettivo controllo.




