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Costruita in laboratorio la prima retina artificiale in grado di reagire alla luce

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Costruita in laboratorio la prima retina artificiale in grado di reagire alla luce

Riducendo la vita umana ad un'enorme semplificazione (e non è detto che in realtà non lo sia), ci viene da affermare che sostanzialmente due sono le cose che non ci è concesso di riavere in dietro una volta perdute: il tempo trascorso e l'uso della vista.

Se per la prima, non possiamo farci granchè, se non limitarci a custodire dentro di noi ogni attimo in cui abbiamo sorriso, sofferto o semplicemente atteso qualcosa di nuovo; l'altro tabù che da sempre regna del mondo delle facoltà perdute, pare sia invece destinato ad illuminarsi di nuova ed insperata luce (in tutti i sensi).

Retina

In un mondo che ha visto la medicina e la chirurgia fare passi da giganti per consentire al nostro corpo di recuperare gran parte delle facoltà che ci venivano sciaguratamente sottratte attraverso protesi acustiche, trapianti di organi, valvole mitraliche sintetiche, capelli nuovi di zecca e persino facce innestate sui nostri muscoli; il recupero della vista è da sempre il più arduo scoglio che si pone dinnanzi a chi vuol garantire un futuro più agevole a tutti coloro che si trovano confinati al buio, per una condizione di nascita o per un tragico incidente.

Quella che è destinata ad essere la sfida cruciale del nostro secolo per la medicina, trova oggi un tassello decisivo grazie alla creazione della prima mini-retina sensibile alla luce, in grado di ridare speranza ad un aspetto della nostra vita, nel quale le buone notizie latitavano da molto tempo.

La retina sintetica è stata messa a punto dai ricercatori della Johns Hopkins University, nel Maryland, che sono riusciti a riprodurre in provetta un tessuto dotato di cellule del tutto simili a quelle dei nostri fotorecettori, neuroni specializzati che consentono al cervello di rielaborare gli impulsi elettrici che vengono trasmessi a partire dalla retina e di trasformarli in un segnale visivo definito.

I medici americani hanno dato vita ad un tessuto artificiale partendo da un gruppo di cellule staminali indotte, fatte cioè regredire ad uno stadio di sviluppo precedente a quello attuale, le quali sono poi state lasciate svulippare, in modo assitito, per un lungo perido, prima di poter essere impiegate come base per la retina artificiale

Dopo una “gestazione” in vitro durata ventotto settimane, pari al tempo che la retina umana impiega a formarsi nel grembo materno, le cellule “allevate” dai ricercatori sono state esposte ad un impulso luminoso e la loro reazione ha dato il via libera alla costruzione di un tessuto retinico fotosensibile capace di simulare modalità e tempistiche di reazione alla luce corrispondenti a quelle dell'occhio di una persona adulta.

La scoperta della Joh Hopkins è frutto di anni di duro lavoro e trova la sua origine nelle teorie e negli esperimenti condotti in Giappone nel 2011 dall'Istituto Niken, che avevano consentito la creazione di un calice ottico artificiale (ossia della struttura basilare a partire dalla quale si genera la retina) ed aperto nuove strade alla possibile creazione di un occhio umano in laboratorio.

L'esperimento americano sposta tuttavia di molto l'asticella delle possibilità in campo medico rispetto al suo predecessore nipponico: grazie al lavoro degli scienziati del Maryland non solo si è infatti dimostrata la possibilità di dare vita ad una retina in vitro, ma si è testata la completa funzionalità dell'organo artificiale di fronte agli impulsi luminosi che comunemente colpiscono i nostri sensi.

L'ultimo e decisivo passo che si prospetta per la medicina sarà quello di riuscire a convertire in immagini elaborate le sensazioni che la nuova retina invia la cervello, andando così a dar vita all'ultimo anello mancante in grado di riprodurre per intero il nostro processo visivo.

Animati da speranza, salutiamo con entusiasmo una delle scoperte mediche più sensazionali degli ultimi anni, con l'auspicio che sufficienti risorse ed energie vengano messe in campo al più presto per porre rimedio ad una delle vicissitudini umane più dolorose e complesse: se poi, un giorno, qualcuno dovesse riuscire a restituirci anche la gioia e il dolore del tempo trascorso, beh, allora, potremmo vivere senza troppi crucci la nostra vita, incuranti persino di questa gigantesca semplificazione.

       

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