L'avvento dell'era digitale ha semplificato di molto la vita ai malintenzionati e ai soggetti affetti da tendenze maniacali: se, infatti, per conoscere a fondo l'oggetto di un malsano desiderio, un tempo erano necessari interminabili pedinamenti nel cuore della notte e appostamenti improvvisi, con tanto di impermeabile giallo, oggi è sufficiente il furto di uno smartphone per farci cadere vittima di coloro che nutrono un'attenzione troppo morbosa verso la nostra persona.
Sul nostro smartphone conserviamo le fotografie dei nostri cari, teniamo l'accesso aperto ai nostri profili sui principali social networks, salviamo i numeri di telefono di chi ci è vicino, lasciamo traccia dei nostri spostamenti più frequenti ed installiamo applicazioni che rivelano molto riguardo alla nostra personalità e alle nostre preferenze in ambito estetico, musicale, cinematografico o sportivo.

Gli smartphones ci rispecchiano in un modo profondamente intimo, talmente intimo da condividere con noi lo sgradito patrimonio di batteri e micro-organismi che dimora abitualmente nel nostro corpo e del quale abbiamo una consapevolezza piuttosto scarsa.
Da una recente recente ricerca condotta da James Meadows, facente capo all'Università dell'Oregon, pare infatti che i nostri telefoni 2.0. siano in grado di assorbire fino all'80% del nostro patrimonio batterico, trasformandosi in uno specchio biologico del loro possessore, in virtù di quel costante contatto tra le nostra dita e il dispositivo (stimato in circa 150 volte al giorno), che consente la trasmissione degli organismi e la loro sopravvivenza sullo schermo illuminato del telefono.
Il ricercatore americano è giunto a questa conclusione analizzando i residui biologici presenti sul telefono di alcuni volontari per poi metterli in relazione con quelli presenti sulle mani dei medesimi, al fine di istituire una corrispondenza in grado di determinare in modo esatto origine e tipologia degli organismi.
Dallo studio è emerso che gli samrtphones riproducono un minuscolo eco-sistema, in grado di replicare fedelmente la presenza dei batteri che dimorano sulle nostre mani e che, tale corrispondenza, risulta più marcata presso gli utenti di sesso femminile, rispetto ai maschi.
Se la notizia può risultare, tutto sommato, vagamente disgustosa agli occhi degli igienisti più incalliti e spingere i sopracitati malintenzionati a riflettere un attimo, prima di appropriarsi dell'altrui telefono, il fatto di riuscire a tracciare una sorta di identikit dei batteri a partire dalla loro presenza sugli smartphones, potrebbe invece rivelarsi utilissimo da un punto di vista della ricerca sanitaria.
Sostenere che i nostri telefoni rappresentano un campione attendibile della fauna batterica del nostro organismo, significa infatti aprire la strada a nuovi metodi di indagine clinica meno invasivi e mirati a determinare la presenza di un determinato tipo di patologie proprio a partire da un'analisi di quelle classi batteriche che migrano quotidianamente dalle nostre mani in direzione dello schermo ultrapiatto.
A partire dall'esame compiuto sugli smartphones è stato infatti possibile distinguere i batteri ed isolare gli agenti patogeni, trovando ampio riscontro e larga attendibilità tra quelli che erano i pericoli per la salute fatti riportare dalle analisi dagli schermi e la presenza della malattia in questione presso i loro proprietari.
Se dunque avevate una mezza intenzione di appropriarvi del telefono di una persona che non corrisponde i vostri sentimenti o che riveste un'importanza eccessiva nei vostri pensieri, con l'intento di sentirvi più vicino a lei e di spiarne ogni movimento: beh, correte seriamente il rischio di approfondire questa conoscenza in un modo talmente intimo, da farvi rimpiangere la beata ignoranza che muoveva la vostra malsana curiosità.
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