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Diritto all'oblio, 320 mila link rimossi e molte perplessità

Diritto all'oblio, 320 mila link rimossi e molte perplessità

Il filosofo tedesco Martin Heidegger sosteneva che l'implemento di tecnica prodotto dalle società occidentali nel corso del ventesimo secolo avesse dato il via ad una sorta di processo “deumanizzante”, nel quale l'essere umano si trovava ormai distaccato dal proprio habitat naturale e sempre più prossimo a trasformarsi un un prodotto egli stesso: perso in logiche industriali e lontano dalla terra, dal suo linguaggio, dal Tempo e dall'autenticità dell'Essere.

In termini decisamente più moderati e meno apocalittici, l'effetto prodotto dall'ideazione dei social network e dai motori di ricerca ha portato infinite persone disseminate agli angoli del mondo a voler essere parte di una realtà fatta di presenza e notorietà e a desiderare di apparire sui motori di ricerca ad ogni costo, in qualità di link da seguire, leggere e consumare secondo uno schema piuttosto simile a quello presente in una catena di montaggio.

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Probabilmente stanchi di vedere la propria umanità ridotta ad una serie di codici su uno schermo, molti di coloro che si sono trovati ad essere cliccati e ricercati secondo modalità non esattamente in linea con le intenzioni originarie, hanno richiesto di poter tornare al loro sano oblio e di vedere rimossi dal Web tutti quei link che contenevano informazioni denigratorie o non pertinenti riguardo la loro persona, secondo le modalità previste dalla legge definita come “Diritto all'Oblio”.

Ad un anno esatto dall'entrata in vigore del nuovo diritto, pare tuttavia che le resistenze di Google, ben poco propensa a rimuovere risultati di ricerca dal proprio sito, e di una legislazione ancora ambigua e controversa abbiano prodotto più frustrazione che effettivi risultati nel lungo processo di rimozione, con un numero di richieste accolte di gran lunga inferiore alle rosee aspettative dei richiedenti oblio.

A fronte di un numero di richieste complessive pari ad un totale di 922 mila da eliminare, la Corte di Giustizia UE sul diritto all'oblio ne ha infatti accolte solo 230 mila, pari al 72% , accogliendo i contro-ricorsi di Google nella stragrande maggioranza dei casi e rifiutando le richieste messe in atto al 58,7% degli utenti che si sono rivolti alla corte.

Presi anch'essi dallo sconforto di fronte al consueto diramarsi della burocrazia, un gruppo di 80 docenti universitari, esperti, avvocati e giuristi ha scritto una lettera al quotidiano the Guardian richiedendo una maggior trasparenza complessiva, finalizzata a rendere conto nel dettaglio delle reali motivazioni che spingono la Corte al rifiuto e di una minore ingerenza di Big G nelle decisioni prese dai tribunali a livello planetario.

In sostanza, gli intellettuali firmatari del “transparency report” ritengono che l'istituzione di un diritto troppo ambiguo abbia prodotto una sorta di sconfitta del comune cittadino di fronte ad un apparato burocratico troppo spesso intento a dar voce alle esigenze delle multinazionali e respingere ricorsi in base a motivazioni oscure se non addirittura illegittime.

Pare dunque che, fino al momento in cui nuove norme e nuove trasparenze regoleranno l'andamento del Diritto all'Oblio, la volontà di vedersi cancellati da quel complesso sistema di codici e link rimarrà a lungo una mera chimera, più o meno come l'ideale di una tecnica in grado di risparmiare l'umanità dalla perdita di quel suo ambiente costitutivo, ormai trasferitosi tra le aule dei tribunali, burocarazia imperante e schermi dei pc.

 

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