Tim Cook: difendere la privacy come prima esigenza di Apple
Dopo avere mantenuto rapporti quantomeno ambigui con le agenzie di intelligence di tutto il mondo, le principali compagnie hi-tech, Apple in testa, hanno compreso che la loro credibilità e il loro successo commerciale passano innanzitutto dalla capacità di garantire privacy e sicurezza a tutti quei milioni di cittadini che quotidianamente temono indebite ingerenze nei loro privatissimi affari digitali.
In una recente intervista rilasciata alla trasmissione americana 60 Minutes, Tim Cook è tornato sull'argomento in qualità di alfiere della privacy, ribadendo come l'azienda di Cupertino si trovi perennemente impegnata per garantire la sicurezza online dei suoi acquirenti e come i tecnici specializzati di Apple siano costantemente orientati verso la ricerca di soluzioni in grado di impedire violazioni e attacchi hacker condotti a partire dai dispositivi della Mela.

In particolare, Tim Cook ha parlato del nuovo sistema di crittografia, attualmente in dotazione sulle due versioni più recenti di iOS che promette una copertura maggiore rispetto al precedente, impedendo qualunque forma di accesso a contenuti e conversazioni presenti nei dispositivi mobili basati sul suddetto sistema operativo.
Cook ha deciso di (ri)tuffarsi a capofitto nella polemica a seguito delle dichiarazioni di John Chen, Ceo di BlackBerry, secondo il quale garantire una privacy indiscriminata significava preparare il terreno di insorgenza a terroristi e malintenzionati, soprattutto dopo i tragici fatti di Parigi e San Bernardino.
Sempre più complessa e delicata, la dicotomia tra sicurezza nazionale e privacy individuale trova quindi in Tim Cook e in John Chen i due estremi di uno spettro talmente variegato da lasciare supporre che, dietro le dichiarazioni di facciata, i rapporti ambigui tra colossi hi-tech e agenzie di intelligence non siano mai cessati del tutto.





