Oleogusto: individuato ed isolato un sesto gusto
Chiunque si trovi ad assaggiare una generica pietanza e venga chiamato ad individuarne i suoi limiti di preparazione, esprimerà il suo dissenso sostenendo che il cibo in questione si trova ad essere troppo (o troppo poco) dolce, aspro, salato o amaro, denotando così un'errata cottura che ha portato ad un'eccessiva o carente stimolazione dei gusti fondamentali.
Oltre ai quattro elementi che definiscono la sfera del nostro gusto, esiste in realtà una quinta componente, definita come umami (in giapponese significa “saporito”), che viene raramente impiegata per denotare quella sensazione di insaporimento di un alimento provocata da un eccesso di glutammato monosodico tipica della cucina orientale e correlata alla “sindrome da ristorante cinese”.

Ad ampliare l'allegra famiglia gustativa giunge in questi giorni la scoperta di un sesto gusto fondamentale, l'oleogusto associato a cibi ricchi di grasso e d'ora in poi riconosciuto come peculiarità a se stante della nostra sfera sensoriale e dunque non riconducibile alle cinque categorie sopraelencate.
La scoperta giunge dai laboratori dell'americana Purdue University, dove i ricercatori locali hanno condotto un esperimento su un campione statistico pari a 102 individui, ai quali veniva chiesto di riconoscere ed isolare le sensazioni gustative presenti in alcuni alimenti, dopo che erano stati eliminati dal piatto tutti quegli elementi (come spezie e specifiche consistenze) in grado di fuorviare il loro giudizio.
Dal breve test è emerso che un numero considerevole di soggetti, oltre ad individuare le caratteristiche riconducibili a dolce, aspro, amaro, salto o umami, tendeva a denotare alcuni cibi come "grassi” da un punto di vista strettamente sensoriale, facendo così sorgere nei medici locali l'idea di introdurre l'oleogusto tra le categorizzazioni alimentari.
Secondo gli autori della ricerca, la nuova proprietà organolettica sarebbe fondamentale nel definire se un cibo ci piace o meno e risulterebbe particolarmente irresistibile per un discreto numero di individui, attratti dagli alimenti ricchi di sapori grassi almeno quanto una mosca lo è dalla carta moschicida.
Lo studio pubblicato su Chemical Senses si propone quindi di mettere in atto una piccola rivoluzione gustativa e di incontrare un favore nella comunità scientifica mondiale in grado di portare a termine la ridefinizione dei parametri gustativi, dalla quale potrebbe nascere un giorno la constatazione che il cibo appena servitoci in tavola risulta carente, in quanto troppo (o troppo poco) oleogustoso.





