La Corte boccia il via libera alla ricerca sugli embrioni
Probabilmente stufa di vedersi attribuire ingerenze quotidiane nella vita pubblica del paese, la Giustizia italiana ha rigettato l'istanza relativa al via libera sulla sperimentazione incentrata sulla ricerca condotta a partire dagli embrioni orfani e sottolineato, nel corso della sentenza emessa dalla Corte, come la materia di competenza spetti ai legislatori e non ai tribunali.
Facendo un passo indietro, la complessa vicenda è sorta sulla scia di un ricorso presentato da un coppia di Firenze che, dopo aver tentato di accedere alla procreazione assistita seguendo lei dettami della celebre Legge 40, si era appellata ad un tribunale chiedendo che gli embrioni infruttuosi, in quanto malati, venissero donati alla ricerca medica e fornissero da base per ampliare il novero di conoscenze e competenze in materia di cellule staminali e trapianti.

Dal momento che la sopracitata legge 40 non prevede il reimpiego degli embrioni destinati alla fecondazione artificiale, nemmeno in caso di mancato successo, la Corte Costituzionale ha rigettato in toto le istanze della coppia, accolte in primo grado dal Tribunale di Firenze, ponendo di fatto un limite invalicabile alla ricerca medica basta sugli ovociti e andando a creare un precedente giuridico al quale casi analoghi dovranno attenersi.
Bollata come irragionevole dall'avvocato Gabriella Palmieri, la sentenza della Corte limita di fatto le possibilità di disporre degli embrioni “orfani” per scopi nobili e costringe lo Stato a conservare gli ovociti anche a fronte della loro palese inutilità in ottica di procreazione, aggiungendo così un onere al mancato riutilizzo dei medesimi in chiave medica.
Ragionevole o irragionevole che sia, il verdetto della Corte si adegua a quanto previsto in sede legislativa ed impone una riflessione su quell'Italia in cui si spera costantemente che qualche tribunale giunga a colmare gli evidenti vuoti normativi lasciati in sede di stesura del testo, magari con cadenza quotidiana.




