Google messa sotto accusa formale dall'UE
Dopo un'infinita serie di rimbalzi, anticipazioni e indiscrezioni condotte a mezzo stampa, la notizia di un'offensiva epocale operata dall'Unione Europea nei confronti di Google si è tramutata in realtà nella giornata di ieri, quando l'Antitrust ha deciso di mettere sotto accusa il gigante di Mountain View per una serie di molto supposte violazioni relative alle normative che regolano la gestione della libera concorrenza.
Facendo un rapido riassunto per i fortunati che si sono persi le puntate precedenti; a seguito di una serie di indagini certosine condotte dalla commissione Antitrust, è emersa una gestione dei servizi di Google non proprio limpidissima, attraverso la quale la popolare società californiana avrebbe sfruttato la propria posizione dominante all'interno del suo mercato di riferimento per favorire i propri inserzionisti e i loro prodotti a discapito della concorrenza, alternando così i normali equilibri previsti dalla libertà di proporre un'offerta.

Tradotto dal burocratese, secondo i commissari UE, il fatto di godere di un ruolo di spicco nel mondo dei motori di ricerca, avrebbe spinto Google a porre in evidenza i prodotti e i servizi considerati "amici" per via di emolumenti e sponsorizzazioni e ad alterare ad arte i risultati delle ricerche online per fare emergere i risultati ritenuti più confacenti alle esigenze di Big G, fornendo così uno specchio distorto della reale offerta presente sul mercato.
Per questa ragione, i responsabili di Google saranno chiamati a rispondere di abuso di posizione dominante di fronte ad una corte e in caso di sconfitta giudiziaria, a pagare un multa pari a 6 miliardi di Dollari, circa il 10% dell'intero fatturato della società.
Google dal canto suo ha risposto chiaramente alle accuse tramite un tweet del vice presidente Amit Shingal, rigettando ogni implicazione ed asserendo che le accuse mosse sono completamente “fuori bersaglio”, dal momento che ogni potenziale acquirente online è libero di informarsi sull'andamento dei prezzi attraverso i canali che ritiene più opportuni.
Traducendo nuovamente le parole di Google in un linguaggio meno diplomatico, secondo l'azienda imputata, i servizi offerti da Big G rispecchiano le esigenze private di una società privata e non di un servizio pubblico e nulla vieta a chi si dovesse trovare scontento dei risultati presenti su Google Shopping, di rimuovere il motore di ricerca dal proprio browser e di affidarsi a Bing, A Yahoo! o quant'altro, in pieno accordo con la libertà prevista dalla libera concorrenza.
In tutto questo, la pretesa che Google non si trovasse asservito alle esigenze dei suoi principali finanziatori appare quantomeno utopica, così come la scoperta realizzata dalla commissione antitrust dell'Ue, la quale dopo anni di indagini si accorge magicamente che Google non è una Onlus e decide di punirla per aver fatto i suoi privatissimi interessi, anziché essersi votata al samaritanesimo aziendale.
In attesa che la vicenda si sposti all'interno delle sedi preposte alla soluzione della spinosa questione, non resta che scrivere ulteriori capitoli di una vicenda che sta assumendo sempre più tinte grottesche, come spesso accade a tutte le offensive epocali e alle grandi battaglie condotte con intenti persecutori.



