Una volta assodato (e di sodo è rimasto solo quello) che l'obesità pare destinata a divenire la piaga principale del millennio nella parte nord dell'emisfero terrestre, le stime relative al fenomeno si rincorrono da anni fornendo quadri sempre più allarmanti e curve di incidenza in perenne ascesa, senza tuttavia tracciare un ritratto esaustivo del fenomeno.
Ultimo in ordine di tempo, l'allarme lanciato dalla rivista scientifica Lancet parla di un numero di persone obese che ha ormai raggiunto la soglia delle 641 mila unità, pari ad un soggetto adulto su 8, senza contare tutti coloro che si trovano in condizione di sovrappeso e si apprestano a grandi falcate a varcare la soglia dell'obesità di tipo patologico.

Dato che il numero stimato appare raddoppiato rispetto alla misura fatta registrare nel 1975 e per di più con un anetta accelerazione relativa alla progressione che ha portato gli esperti di settore a paventare l'avvento di scenari ancor più funesti per il 2025, quando il numero di obesi in Occidente dovrebbe raggiungere il 20% del totale, superando così il miliardo di unità.
La previsione prevede prevede inoltre una maggior incidenza sulla popolazione di sesso femminile rispetto a quella maschile e una maggior impennata di nuovi casi tra il Genti Sesso, nonostante la maggior attenzione alla forma fisica e alla linea che da sempre contraddistingue l'universo femminile in età adulta.
Pare quindi che, a meno di una riconversione delle politiche alimentari in atto, l'umanità si appresti a diventare sempre più tonda e sempre più ammalata anche se, tutto questo lo avevamo già dato per assodato anche senza il ricorso a previsioni statistiche puntualmente smentite per difetto.
Nonostante le deliranti e palesemente false tesi che prevedono l'autismo come il prodotto ad una reazione scatenata dai vaccini, i disturbi comportamentali infantili riconducibili alla patologia sono frutto di una lunghissima serie di cause e concause che prende il via già nel grembo materno e che risulta quasi impossibile da tracciare nella sua totalità, prima che la malattia si manifesti in tutta la sua virulenza.
Anche se molta strada è stata fata per chiarire le zone d'ombra dell'autismo, il percorso diagnostico e terapeutico si configura ancora lunghissimo e l'istituzione di un'apposita Giornata mondiale dedicata, domani 2 aprile, risulta funzionale ad instillare nell'opinione pubblica la consapevolezza circa gli effettivi pericoli legati alla sindrome e ai possibili campanelli d'allarme che potrebbero rivelare la contrazione della malattia.

Dando per assodato che risulta impossibile guarire dall'autismo, ma che si può comunque lenire l'impatto della malattia sul suo versante sociale, proprio dal riconoscimento dei primi segnali passano le speranze di una diagnosi tempestiva, in grado di favorire interventi rapidi e proprio all'attenzione dei genitori nei confronti di comportamenti infantili palesemente anomali risultano ancorate le speranze della ricerca di settore.
Per chiunque fosse interessato ad avvicinarsi alla comprensione di una patologia che colpisce circa l'1% dei cittadini italiani, la giornata di domani vedrà il fiorire di iniziative lungo la nostra Penisola e di iniziative, patrocinate dallo stesso Ministero della Salute, rivolte all'ampliamento dello spettro informativo legato all'autismo che andranno a coinvolgere tutti i principali capoluoghi di provincia italiani grazie all'entusiasmo delle associazioni di settore e dei loro volontari.
Obiettivo dichiarato degli enti promotori è dunque quello di sfatare i numerosi tabù legati alla malattia e di lenire quel panico sociale scatenato da folli tesi pseudomediche e riportato recentemente in auge da film tematici il cui unico scopo è lucrare sulla pelle dei malati ed illudere i loro genitori circa una possibile soluzione.
Mentre le istituzioni si affanno compulsivamente nel tentativo di ammodernare un po' il Sistema Sanitario Nazionale e le sue infinite trafile burocratiche, il comparto online della nostra sanità risulta già da tempo piuttosto efficiente, tanto da venire considerato come il fiore all'occhiello di un'Italia medica ancora intenta a togliersi polvere e ruggine dai camici.
Giusto per mostrare l'illusorietà della cosa e per recidere quell'unico fiore, un hacker sedicenne ha avuto la brillante idea di violare il sito ufficiale del Ministero della sanità italiana, riuscendo a penetrare indisturbato nei meandri del portale senza che protezioni e firewall di sorta gli dessero troppi grattacapi in fase di accesso.

Secondo le recenti indagini compiute dalla Polizia Postale, dietro gli attacchi condotti da Anonymous nei confronti della Sanità pubblica, si celerebbe un adolescente di Udine che, impiegando il nickname Artek, sarebbe riuscito a violare le difese in totale autonomia e a conseguire il suo obiettivo, consistente in una campagna, promossa dalla stessa Anonymous, finalizzata alla denuncia dei trattamenti riservati dalla Sanità ai pazienti affetti dalla sindrome da deficit di attenzione.
Per denunciare l'abuso prescrittivo che si cela dietro una patologia spesso più presunta che reale, Anonymous ha cioè avuto l'idea di attaccare i siti legati alla Sanità nostrana, andando ad apporre l'hashtag #OpSafePharma e l'immancabile comunicato in cui gli hackers denunciavano la volontà ministeriale di etichettare mediante la sindrome alcune condizioni che, a loro dire, non avrebbero avuto nulla di patologico.
Sventato l'attacco e ricondotto alla normalità il sito del Ministero e delle istituzioni mediche collegate, resta ora da chiarire come un sedicenne sia riuscito a penetrare difese che dovrebbero di fatto essere inviolabili, data la criticità dei dati contenuti nel sito, e come un singolo cittadino abbia potuto recidere quel fiore all'occhiello che sbocciava in un'Italia medica densa di burocrazia, polvere e ruggine.
Se durante gli anni'70 si pensava che il confine degli abusi giovanili avesse ormai raggiunto il suo limite estremo, ci hanno pensato le due decadi successive, costellate da anfetamine, colla, ecstasy e metanfetamine, a mostrare al mondo quanto l'ingegno in materia di sballo e assuefazione non conosca di fatto limiti e non si trovi vincolato alla diffusione di sostanze stupefacenti di tipo tradizionale.
Proprio in questi giorni giunge dagli Stati Uniti la notizia di una nuova tendenza (che poi tanto nuova non è), consistente in una sorta di roulette russa dei farmaci, sapientemente trafugati dagli adolescenti ai loro genitori ed impiegati in maniera casuale nel corso di lunghi festini in cui l'ingestione di un antiemorroidale o di un antidepressivo, logicamente mischiati ad alcol, fanno provare ai giovani l'ebrezza del proibito e dello sballo totale, sempre ammesso che ci si possa davvero sballare con un medicinale concepito per curare le emorroidi o le ragadi.

A lanciare l'allarme sulla moda dei Farma Party è stata la massima autorità americana in materia, la Food And Drugs Administration (Fda) che ha invitato i genitori a tenere sotto chiave i loro medicinali, onde evitare che finiscano in pessime mani e che provochino, attraverso il loro utilizzo al di fuori dei criteri stabiliti dal "bugiardino”, tremendi effetti collaterali o che alterino la capacità dei ragazzi di condurre veicoli a motore, una volta terminato il festino.
Piuttosto stupida e decisamente pericolosa, come si addice alla maggior parte delle mode adolescenziali, la tendenza alla roulette russa di farmaci impone una riflessione collettiva non solo sul desiderio di evasione giovanile, ma anche sulla presenza, spesso esagerata, di farmaci tra le mura domestiche, acquistati talvolta impunemente da genitori desiderosi di lenire gli effetti di patologie risalenti proprio ai lontani tempi dello sballo giovanile.
La differenza tra una moderna società solidale ed una dedita in modo esclusivo ad interessi di tipo privato, consiste nel fatto che tutti i soggetti che si trovano a soffrire di problematiche relative ad invalidità, temporanea indisposizione al lavoro o che devono affrontare un periodo di maternità, possono far leva su appositi fondi e sussidi ideati per garantire che la loro dimensione privata non si traduca nella perdita del posto di lavoro o in una condanna all'indigenza perenne.
Se sul sistema di per sé nessuno (o quasi) ha nulla da eccepire, pare che il nostro Paese si sia dimenticato di dare vita ad un sistema di controlli finalizzato ad impedire truffe e a fare sì che l'accesso ai fondi pubblici sia possibile solo per quelle categorie di soggetti che ne hanno effettivamente bisogno, di modo da non trasformare lo stato sociale in una continua razzia di risorse.

Passando dalla teoria alla triste pratica, si apprende che la Guardia di Finanza ha appena smantellato l'ennesima colossale operazione truffaldina dall'ammontare complessivo superiore ai 700 mila euro e che ben 157 persone siano finite nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Castrovillari (in provincia di Cosenza) per essersi indebitamente appropriate di sussidi, sgravi e aiuti che non si trovavano affatto ad essere di loro competenza.
Nel dettaglio, al truffa ha coinvolto sussidi di disoccupazione, congedi di maternità e le immancabili false invalidità; tutti emolumenti elargiti dall'Inps a fronte del mancato possesso dei requisiti previsti della legge e di dichiarazioni mendaci partorite con la possibile complicità dei funzionari locali.
Oltre alle consuete simulazioni di invalidità, la truffa è stata resa possibile grazie ad una serie di falsi contratti nel settore di agricolo e di altrettanto falsi dipendenti che percepivano indennità e sussidi all'occorrenza, senza logicamente pagare quelle tasse che rendono possibili l'istituzione di fondi di solidarietà e l'evoluzione di una società in direzione di quella solidarietà sociale, tanto preziosa da fare gola persino a chi non ne avrebbe affatto bisogno.
Se buona parte degli adulti italiani si trova a soffrire di una forma più o meno grave di analfabetismo funzionale (risulta cioè incapace di comprendere il senso di un testo scritto piuttosto lungo) lo si deve anche al mancato intervento, in età pediatrica, su quel versante relativo alla dislessia che appare più comune di quanto si crede e che può sfociare in seri disturbi linguistici se trascurato troppo a lungo.
Dato che, al momento, l'unica soluzione per la dislessia infantile è rappresentata da infinite sedute di lettura e dal supporto costante di medici ed esperti del settore, ad un gruppo di ricercatori facenti capo all'Ospedale Pediatrico Bambin Gesù è venuta l'idea i semplificare il processo e di agire alle basi del disturbo, andando a stimolare l'area del cervello che si trova preposta alla lettura.

Intervenendo con una lieve scossa elettrica sulle aree del cervello interessate risulta cioè possibile andare a sopperire a quel deficit di sviluppo organico che si trova alla base della dislessia e aiutare l'area interessata a progredire fino alla risoluzione della problematica per via biologica.
La tecnica, denominata Stimolazione Transcranica a Corrente Diretta (tDCS), si trova a possedere, logicamente, un voltaggio estremamente basso e può vantare una storia di impieghi clinici rivolti alla cura di lievi forme di epilessia o depressione infantile, sebbene nessuno avesse mai tentato fino ad ora di impiegarla per porre fine alla dislessia.
Durante il primo test condotto nella struttura romana, la stimolazione cerebrale ha già mostrato al sua intrinseca efficacia, migliorando la capacità di lettura e apprendimento dei bambini coinvolti nell'esperimento con punte statistiche in grado di spingersi fino al 60% e senza che ne conseguisse alcuna forma di disturbo imprevisto o effetto collaterale,
In caso nuovi esperimenti mostrino al bontà dell'intuizione, sarà dunque possibile entro breve intervenire in modo rapido ed efficace su tutti quei bambini che si trovano a soffrire di problematiche legate alla sfera della lettura e che, se trascurati da genitori e istituzioni scolastiche, rischiano di alimentare l'immenso esercito nostrano di adulti analfabeti a livello funzionale.
Per una strana alchimia e per una ben precisa ubicazione biologica, il cavo orale si trova ad essere la porta di ingresso che conduce le sostanze che ingeriamo o respiriamo in direzione del nostro organismo ed appare dunque logico che l'apparato in questione riveli in modo intimo quali sono i nostri vizi e quali i pericoli che corriamo.
In occasione della seconda giornata tematica dedicata alla prevenzione e alla cura del cavo orale è infatti riemersa la ben nota correlazione che prevede fumo e sesso orale come due delle cause in grado di influire maggiormente sulla genesi di forme cancerose localizzate alla bocca e alla gola.

Se gli effetti nocivi del fumo su quanto inizia con i denti e si conclude con i polmoni sono infatti dati per assodati da tempo immemore, la correlazione tra sesso orale e cancro al cavo orale trova la sua ragion d'essere nella presenza di un particolare virus, noto come papilloma (o Hrv), che transita agevolmente dall'organo sessuale fino alla bocca durante la pratica e che trova proprio nell'ambiente orale un terreno di proliferazione del tutto simile a quello uterino, apportando danni della medesima entità e sfociando potenzialmente nella genesi di un tumore.
Recenti studi accrediterebbero addirittura il sesso orale del 36% di tutte le forme di cancro che colpiscono il complesso orofaringeo, mostrando così un livello di pericolosità che si pone ben oltre i limiti dell'angusta teoria e che imporrebbe un po' di moderazione o il ricorso a tutti quelli strumenti diagnostici che consentono di cogliere la patologia sul nascere e di trasferirla all'ambito della piena soluzione prima che il quadro clinico degeneri.
Per prevenire questa e altre simili eventualità, nella giornata del Pimo Aprile sarà possibile sottoporsi in tutta Italia a controlli medici gratuiti finalizzati alla corretta diagnosi di anomalie e al vaglio della condizione di quel particolare orifizio dal quale entrano ogni sorta di impurità e che funge, suo malgrado, da porta d'accesso per l'intero organismo.
Un po' come accade con la proverbiale polvere nascosta per anni sotto il tappeto, il decreto sulla licenziabilità dei dipendenti pubblici in caso di assenteismo ha portato alla luce un'autentica galleria degli orrori che, benché si trovasse sotto i nostri occhi da decenni, nessuno voleva realmente guardare.
Accade così che dopo l'emblematico caso del dipendente pubblico di Sanremo, immortalato mentre timbrava il cartellino in ciabatte e mutande, si moltiplicano i casi analoghi giorno dopo giorno, fino a toccare livelli di assurdo grazie ad un medico che, dopo aver segnalato la sua presenza in ospedale, dedicava il suo tempo alle scommesse sportive, ovviamente a spese dei contribuenti.

L'episodio è accaduto a Cosimo, in provincia di Ragusa, dove un'accurata indagine ha consentito di portare alla luce la truffa e di mostrare come il medico con il vizio del gioco, in servizio presso l'ospedale Regina Margherita, reiterasse ormai da anni la pratica, trascorrendo ore e ore presso la sala giochi più vicina, mentre risultava regolarmente in servizio presso al struttura sanitaria di tipo pubblico che finanziava inconsapevolmente le sue scommesse sportive.
Come se non bastasse, il protagonista della vicenda ha avuto il pessimo gusto di farsi riprendere e fotografare mentre si trovava intento a festeggiare il capodanno, cosa di per sé per nulla disdicevole, se non fosse che il medico avrebbe dovuto prestare servizio durante la notte di San Silvestro e non dedicarsi a feste e festini lasciando scoperta la struttura in caso di emergenze.
Grazie ad una serie di appostamenti ed indagini, iniziate nel corso del 2013, è stato possibile cogliere il medico in flagrante ed evitare ogni sorta di tipologia di alibi in sede processuale, dato che l'enorme quantitativo di riprese ed intercettazioni lascia gran poco spazio all'immaginazione e ancora meno a giustificazioni campate per aria.
Al momento, al medico assenteista sono stati sequestrati 10 mila euro in via precauzionale ed entro breve dovrà rispondere dell'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato; accusa dalla quale difficilmente riuscirà a scappare, nonostante tutti quegli anni in cui dipendenti pubblici furbetti e quintali di polvere sono stati nascosti ad arte sotto il tappeto di casa nostra.
Nonostante la giornata lavorativa di tregua in concomitanza con la Pasqua, il passaggio dall'ora solare a quella legale continua a rappresentare fonte di disagi e squilibri per un considerevole numero di individui, alle prese con sbalzi d'umore, difficoltà di adeguamento alla ritrovata luminosità e potenziali attacchi di panico, in caso di predisposizione individuale nei confronti della fenomenologia neurologica.
Esattamente come accade ogni anno, dal giorno in cui venne presa la decisione di portare artificialmente le lancette avanti di un'ora rispetto alla loro marcia invernale, riprende l'inevitabile balletto di opinioni favorevoli o contrarie all'ora legale e l'altrettanto consueta sequenza di consigli proposti da dietologi, psichiatri e medici al fine di alleviare il possibile quadro sintomatologico connesso con il fenomeno.

In caso rientriate nel nutrito novero di coloro che percepiscono le due del mattino di domenica 27 aprile alla stregua di una catastrofe, i consigli che vanno per la maggiore riguardano la pratica di una costante attività fisica, rivolta alla tenuta dell'organismo di fronte agli effetti del cambio di luminosità e al mantenimento, per quanto possibile, delle consuete abitudini relative all'orario dei pasti e del ciclo sonno-veglia.
Onde evitare complicazioni che, in casi estremi, potrebbero addirittura condurre in direzione del malfunzionamento del sistema cardiovascolare, è dunque opportuno cercare di fruire dei benefici apportati dalla luce solare, magari coniugando la cosa con un po' di sport, senza che i pasti e l'ora in cui ci corichiamo risultino troppo procrastinati, almeno nelle fasi iniziali rispetto ai ritmi ai quali ci siamo faticosamente abituati in fase di “letargo”.
Ricordando a tutti di spostare avanti le lancette dell'orologio durante la notte di Pasqua (gli smartphone lo fanno in modo autonomo), l'auspicio è quello che i disagi posano venire dirotti al minimo e che l'ora legale non influisca su quella giornata di tregua dal lavoro che appare ampiamente meritata.
Sul fatto che la dicitura “prodotto biologico”, sapientemente apposta un po' ovunque all'interno di un qualunque supermarket, portasse in dote un certo grado di pubblicità ingannevole, il sospetto era ormai venuto a tutti e, in caso ce ne fosse davvero bisogno, un recente rapporto di Legambiente-Emilia Romagna ha offerto il ritratto di una Penisola in cui l'abuso di pesticidi e consimili è ben lungi dal vedere la sua fine.
Stando ai dati raccolti dalla nota associazione ecologista, è risultato infatti che in molte province dell'Emilia Romagna il livello da contaminazione da pesticidi ha raggiunto soglie pericolose per la sopravvivenza delle colture e per la stessa salute umana, andando a raggiungere picchi di insostenibilità nei pressi di Modena e Ferrara, dove l'impiego di diserbanti e pesticidi pare la norma più assoluta, a prescindere da quanto stabilito dalle leggi in vigore.

A fianco di un utilizzo medio che non assiste affatto all'auspicata decrescita, l'indagine compiuta da Legambiente ha riscontrato tracce di diserbanti vietati da tempo immemore e di altre sostanze proibite, impiegate per rendere i prodotti agricoli esteticamente più attraenti a discapito della loro genuinità e della salute dei consumatori.
Nel novero delle 65 tipologie di principi attivi riscontrati da Legambiente risultano infatti prodotti obsoleti e nocivi, la cui composizione chimica ricorda molto da vicino quella dell'odiato Ddt e dei fasti di un'epoca in cui l'attenzione alla salute del prodotto era un fattore del tutto secondario.
Paradossalmente, il problema pare interessare più i centri urbani che non le aree rurali, dato che la amministrazioni comunali paiono infischiarsene sempre più delle normative vigenti e decidono spesso di impiegare sostanze tossiche per la manutenzione di orti e giardini cittadini.
Secondo gli autori dell'inchiesta, il continuo impiego di sostanze tossiche, come l'Imidacloprid, potrebbe avere serie ripercussioni sulla salute dei soggetti esposti e condurre in direzione della genesi di patologie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer, che stonano decisamente con tutte quelle etichette biologiche apposte nei supermercati e con le solite pubblicità ingannevoli concepite per attirare i consumatori.



















