Nobel per la fisica agli scopritori della massa dei neutrini
Benché nell'immaginario comune la scoperta dell'atomo venga fatta risalire a Democrito e all'antica Grecia, i filosofi ellenici si erano in realtà limitati a teorizzare l'esistenza di una particella indivisibile, termine ultimo della materia e delle ulteriori possibilità di scomposizione.
Come dato per assodato ormai da decenni, non solo l'atomo esiste realmente, ma non risulta essere affatto il termine ultimo del Creato, data la possibilità di scomporlo in parti decisamente più piccole, come elettroni, neutroni e protoni e data la presenza nella sua struttura di microparticelle, come i neutrini, dalla natura ambigua e dal comportamento rimasto inspiegabile per lungo tempo.

Proprio agli scopritori della massa dei neutrini, il fisico giapponese Takaaki Kajita e il suo omologo canadese Arthur McDonald, è andato quest'anno il Premio Nobel per la Fisica, massima istituzione accademica che dal 1901 premia le principali scoperte nei relativi settori di indagine e ricerca.
Seguendo la scia lasciata dal fisico italiano Bruno Pontecorvo, già vicino a scoprire il mistero nel 1957, il duo insignito dal Nobel riuscì a dimostrare, secondo modalità differenti, la natura ambivalente dei neutrini, l'esistenza di una piccola massa e la conseguente possibilità di analizzarne il comportamento proprio a partire dalla loro minuscola massa e dalla presenza di una carica elettrica nulla.
Rimasti per lungo tempo confinati in un puzzle insoluto, i neutrini possiedono infatti alcune peculiarità che li differenziano in modo sostanziale dalle altre particelle subatomiche, trovandosi soggetti all'azione esercitata dalla gravità e dall'interazione nucleare debole, ma non trovandosi a reagire alle altre due interazioni che regolano i meccanismi del cosmo; vale a dire a quella di tipo elettromagnetico e a quella nucleare forte.
Tradotto in parole povere, la fisica si è interrogata a lungo sullo status dei neutrini, dibattendo se gli elementi in questione possedessero una massa o meno, dato il loro particolare comportamento che sfuggiva dai canoni tradizionali di indagine e che consentiva ai neutrini di cambiare status a seconda delle oscillazioni alle quali si trovavano sottoposti.
Grazie alle indagini di Arthur McDonald e di Takaaki Kajita è stato dunque possibile risolvere l'arcano ed assegnare una qualifica definita ai neutrini, andando così a completare un altro minuscolo pezzo di quell'infinito mosaico, inaugurato il giorno stesso in cui un filosofo greco immaginò che la suddivisione operabile nel campo della materia dovesse prima o poi giungere ad un limite, quantomeno teorico.




