Sosteneva De Andrè che tutte le più belle cose sono destinate a “vivere solo un giorno come le rose”; ad assaporare cioè una breve ed intensa felicità, prima che la gioia si trasformi in abitudine e il piacere appassisca nella spire della routine.
Nel lontano 1950, molto tempo prima che il cantautore genovese si dedicasse a narrare le tristi vicende della povera Marinella, Alfredo Martini conquistava nella sua Firenze l'unica tappa al Giro d'Italia della sua lunga carriera e indossava la Maglia Rosa tra le ali di folla della città che gli aveva dato i natali il 18 Febbraio del 1921.

Alfredo Martini si è spento nella notte all'interno della sua abitazione di Sesto Fiorentino all'età di 93 anni, dopo una lunga e serena esistenza interamente dedicata al ciclismo che lo ha visto conquistare il Giro dell'Appennino 1947 e il Giro del Piemonte nel 1950 in qualità di corridore e regalare numerose gioie ai pedali italiani, una volta appese le scarpette al chiodo e trasformatosi in uno degli allenatori più acuti e intelligenti che il nostro sport ricordi.
Al nome di Martini sono legati il trionfo di Petterson al Giro d'Italia del 1971 (con la maglia della Sammontana, allenata dal campione fiorentino) e un ventennio abbondante di successi in azzurro, iniziato nel 1975 e conclusosi nel 1997.
Sotto la guida di Alfredo Martini il ciclismo italiano ha visto sbocciare talenti entrati nella leggenda e ha potuto assistere alle indimenticabili imprese dei pupilli dell'allenatore toscano: dall'iridato Moser del 1977 a San Cristobal, fino a Marco Pantani, passando per Fondriest, Saronni e Bugno; almeno due intere generazioni di corridori si sono formate nel solco delle sapienti (e pazienti) direttive impresse a fuoco da quell'uomo sempre pacato e schietto, in grado di dare forma e sostanza ad un esercito di talenti in erba attraverso un'etica improntata al lavoro e al sacrificio.
Al pari di tutti i grandi del ciclismo che fu, Martini mantenne per tutta la sua vita un profilo genuinamente umile e considerò il ciclismo come una grande scuola di vita, dalla quale apprendere senza pretendere e alla quale cercare di restituire in punta di pedali, un po' di quella gioia che lo sport gli aveva regalato.
Martini se ne è andato serenamente al termine di una lunga malattia che aveva intaccato il suo fisico, lasciando tuttavia intatte le sue facoltà intellettuali e la sua capacità di godere di quelle ultime soddisfazioni che gli Dei del ciclismo hanno voluto regalargli attraverso le sembianze di Nibali e di un entusiasmo che riprende a sbocciare dopo anni duri e controversi.
Di lui restano i numerosi trionfi conseguiti in carriera, l'avversione verso un mondo malato fatto di doping e sotterfugi, un esempio tenace e costante e il dolce ricordo di quell'unica giornata di Maggio vissuta in Rosa, quasi come le rose e come tutte le più belle cose.










