Metà degli Italiani mangia cibi e prodotti scaduti
Da quasi dieci anni questo Paese discute su quale sia il reale impatto della crisi economica globale sul settore dei consumi interni e su quanto le stime snocciolate da chi, di volta in volta, si trova a governare abbiano radicalmente trasformato i nostri costumi e le nostre necessità.
Più dei vari dati Istat e degli zero-virgola branditi come armi, a rendere la dimensione di un fenomeno complesso e devastante è stato il recente allarme lanciato da Coldiretti, in base al quale la crisi economica avrebbe ormai spinto metà degli Italiani a nutrirsi con alimenti giunti oltre la soglia della loro naturale scadenza con l'intento di fare quadrare l'esiguo bilancio domestico.

Secondo le stime elaborate dal sondaggio Eurobarometro, circa il 55% dei nostri connazionali consumerebbe abitualmente alimenti scaduti, un ulteriore 13% si troverebbe a valutare l'eventualità in base alle necessità e solo un 32% del campione censito butterebbe via i cibi scaduti, come imponeva la logica sanitaria in un'epoca storica pre-crisi.
Entrando nel dettaglio, l'alimento più consumato oltre il suo naturale termine sarebbe la pasta (spaghetti in particolare), cotta e mangiata anche a mesi di distanza dalla data indicata sulla confezione dal 70% degli Italiani, convinti che il magico potere dell'acqua salata possa purificare l'alimento dai batteri che vi si annidano in caso di mancato rispetto delle norme riportate per legge sulla scatole.
Secondo la Coldiretti, a trarre in inganno i nostri connazionali e a spingerli in direzione della convinzione che il consumo oltre scadenza possa non essere poi così nocivo, sarebbe la distinzione tra le diciture “consumarsi entro” e “consumarsi preferibilmente entro”; distinzione che non rende appieno l'idea di quanto nella prima casistica rientrino le tipologie alimentari da consumarsi tassativamente prima del loro deterioramento, mentre nella seconda si trovino alimenti che potrebbero anche risultare innocui per la salute se consumati un lasso di tempo ragionevolmente collocato oltre la data.
In sostanza, mentre il superamento del cosiddetto “termine minimo di conservazione” indicato mediante l'avverbio “preferibilmente” si riferirebbe alla semplice perdita di proprietà organolettiche dell'alimento e risulterebbe piuttosto discrezionale a seconda dell'azienda produttrice, la variante tassativa impone che il cibo non venga né messo in commercio, né consumato oltre la data riportata sulla confezione.
In caso di mancata attenzione alle basilare norme sanitarie, la grande crisi rischi quindi riverberarsi sulle condizioni di salute degli Italiani molto più di quanto avvenuto fino ad ora e di dare luogo ad ulteriori emergenze, tristemente molto più incisive degli zero-virgola e delle discussioni che paiono non finire mai.



