Melanoma, nuove speranze dall'immunoterapia
Ambito di ricerca relativamente “nuovo”, l'immunoterapia consiste nella parziale soppressione di quelle proteine checkpoint che impediscono al sistema immunitario di aggredire una massa tumorale e che fanno in modo che il cancro abbia la meglio sui linfociti T grazie alla sua proverbiale capacità di ingannare le difese del nostro organismo e di spingere le sue cellule al suicidio.
Sebbene sia ancora presto per trarre un bilancio definitivo sulla bontà dell'immunoterapia, numerosi studi parrebbero attestare come la strada seguita vada nella direzione giusta, specialmente per alcune forme tumorali, come il melanoma, in cui il “rafforzamento” del sistema immunitario pare sortire gli effetti sperati e aumentare l'aspettativa di vita dei soggetti colpiti, in attesa di piena guarigione.

Una recente indagine compiuta sugli effetti prodotti a partire da una nuova molecola immunoterapica, denominata Nivolumab ha infatti mostrato come i soggetti colpiti da melanoma e trattati con il farmaco siano sopravvissuti al primo anno di terapia con una punta statistica elevatissima, pari al 70,7% e come anche dopo due anni di cure la percentuale rimanesse notevole, attestandosi intorno al 57.7%.
Se si considera che mediamente il melanoma concede poche speranze ai pazienti affetti e che le possibilità di sopravvivenza, una volta accertata la presenza di metastasi, si fermano al 25% entro il primo anno, il Nivolumab potrebbe davvero rappresentare quel santo Graal della medicina, più volte cercato in attesa di una soluzione definitiva alla problematica.
I risultati esposti nel corso del convegno annuale Melanoma Bridge, svoltosi a Napoli, lasciano dunque intravedere la possibilità di percorrere la strada dell'immunoterapia anche per altre forme tumorali e di ampliare il novero d'azione di un sistema diagnostico che non ha ancora dimostrato le sue potenzialità solo perché relativamente “nuovo”.





