In caso vi fosse capitato di recente (anche se ci auguriamo di no) di prenotare una visita medica di qualunque natura, vi sarete accorti di come, a seconda della tipologia del consulto richiesto, le fasce di appuntamento si spostino lungo un vettore temporale compreso tra i 15 e i 30 minuti; scaduti i quali non resta che imboccare l'uscita dello studio e rivolgere il consueto cenno di saluto agli altri pazienti assiepati in sala d'attesa.
Consentire a professionisti della medicina, facenti capo a strutture pubbliche, di ricevere nel proprio studio in forma privata, si traduce spesso (fortunatamente non sempre) in un'equazione pecuniaria, in base alla quale più visite equivalgono a maggiori introiti e meno tempo per ogni visita equivale a più visite nell'arco della giornata; con buona pace del fattore qualitativo, sacrificato nell'equivalenza in qualità di incognita irrilevante.

Con l'intento di riportare la medicina ai suoi principi originali, ispirati dal giuramento di Ippocrate, nasce in Italia l'associazione Slow Medicine, organizzazione che si propone di reinserire l'elemento temporale necessario ad una diagnosi completa, persino in caso di assedio costante da parte di ipocondriaci e scocciatori.
L'idea prende spunto dall'omologa Slow Food, associazione di ristoratori finalizzata alla consumazione lenta del cibo e alla ferrea opposizione delle sveltine alimentari, ed è inserita in un disegno di ampio respiro che mira a coinvolgere altre nazioni e ad istituire un filo metaforico tra tutti quei medici europei che si sento stufi di vedere pazienti scacciati in fretta e furia dallo studio per poi, magari, vederli tornare la settimana successiva in cerca di nuove delucidazioni e chiarimenti.
Nella lettera recentemente spedita dal British Medical Journal da Sandra Vernero, segretario generale di Slow Medicine, vengono tracciati i punti tematici di quello che è destinato a diventare il manifesto culturale dell'associazione per il ritorno alla medicina qualitativa: è necessario, innanzitutto, che la medicina torni ad essere “partecipativa” e ad incentrarsi su un fitto dialogo paziente-dottore in grado di instaurare un rapporto utile ad una diagnosi corretta e alla comprensione delle esigenze del malato, spesso abbandonato ai suoi dolori e ai suoi referti incomprensibili.
Il progetto si basa su una sinergia tra i medici aderenti e gli operatori sanitari, finalizzata ad evitare di razionalizzare risorse con l'unico intento di abbattere le spese ad ogni costo e di ridurre il paziente ad un semplice fattore numerico, le cui sorti vengono scandite dal possibile guadagno e dal tempo impiegato per prendersi cura di lui.
L'iniziativa dei medici italiani è senza dubbio lodevole ed animata da un sincero amore verso quei valori che hanno visto un tempo la nascita della medicina (millenni prima dell'invenzione di ticket e sale d'aspetto) e sposta l'attenzione, da un versante prettamente medico, sui rischi di una società in cui i servizi di qualunque natura vengono erogati secondo modalità affini a quelle impiegate in una catena di montaggio.
Poniamo i più sentiti auguri alla dottoressa Vernero e al suo staff per il nascituro progetto, riservandoci l'auspicio, entro qualche anno, di poter prenotare un consulto medico senza più il timore della porta alle nostre spalle e di quelle sale d'aspetto così affollate da rendere doveroso un educato cenno di saluto.










