Ebola, cresce l'allarme negli Usa sull'ipotesi di pandemia globale
Oltre che per le numerose riforme effettuate nell'ambito della vita sociale ed economica romana, Giulio Cesare è ben noto agli storici per la sua ripetuta tendenza, in qualità di condottiero, ad elogiare e magnificare il nemico alla viglia di ogni battaglia, ben consapevole che più forte appare l'avversario agli occhi dell'opinione pubblica, più grande sarà la vittoria riportata.
La pratica, ampiamente diffusa in Occidente (soprattutto tra i Ct della nostra Nazionale di calcio) pare aver contagiato anche il signor Thomas Frieden, capo di Centers for Disease Control and Prevention, che ha recentemente paragonato l'epidemia di ebola in atto nell'Africa sub-sahariana all'esplosione sanitaria legata all'Aids durante gli anni '80.

Premesso che il problema è sicuramente cruciale e che la tendenza a minimizzarlo da parte delle autorità nostrane risulta altrettanto sgradevole, Frieden ha dipinto uno scenario apocalittico, durante la conferenza tematica di ieri a Washington, prospettando il pericolo di un'imminente pandemia globale e dichiarando apertamente che la guerra al virus è destinata ad essere lunghissima e piuttosto difficoltosa.
Il governo americano ha intanto rafforzato i controlli anti-ebola in tutti gli aeroporti e disposto misure straordinarie per vagliare le condizioni di salute di tutti i cittadini costretti a recarsi nelle zone a rischio: quotidianamente viene infatti misurata la temperatura corporea a 150 passeggeri provenienti dal continente africano e (in caso di esito positivo) le autorità sanitarie dislocate alla frontiere aeroportuali provvedono ad effettuare ulteriori controlli per escludere l'ipotesi malaria.
Anche sul versante legato agli interventi in loco, l'amministrazione Obama ha messo in campo in questi giorni misure profilattiche che comprendono la creazione di numerose strutture ospedaliere in Liberia e la presenza di oltre 4 mila soldati deputati ad impedire il contagio dell'agente patogeno e ad evitare fuoriuscite incontrollabili dalle zone di crisi.
Se le misure di sicurezza e la volontà di intervenire tramite centri di cura sul posto rappresentano sicuramente iniziative più che necessarie per impedire il contagio globale, a raffreddare l'allarmismo sanitario americano è recentemente intervenuta l'Onu, i cui delegati hanno invitato ad evitare psicosi collettive e ricordato al signor Frieden che, a differenza di quanto avveniva con l'epidemia di Aids negli anni '80, il virus ebola non rappresenta una condanna a morte per chi lo contrae.
Mentre la ricerca di un vaccino in grado di immunizzare l'organismo umano prosegue a grandi passi, anche grazie al contributo italiano (vedi articolo) le ultimissime cure messe in atto dalle autorità sanitarie di tutto l mondo, consentono ai malati una speranza di sopravvivenza superiore al 50% e la stima è destinata crescere esponenzialmente in caso di intervento precoce.
L'augurio è, logicamente, quello che la tremenda pandemia possa essere al più presto isolata e sconfitta, magari cercando di evitare tanto inutili allarmismi quanto quell'ottimismo di facciata mostrato fino a ieri dai governi europei: in fondo, anche il buon senso ha il suo Rubicone da attraversare e i suoi dadi da trarre.



