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Il caso Aurous e l'effettiva legalità della musica in streaming

Il caso Aurous e l'effettiva legalità della musica in streaming

Chiunque produca materiale di tipo “artistico” (includendo nella categoria creazioni che con l'arte hanno ben poco a che vedere) si sarà rapidamente reso conto di quanto proteggere i propri contenuti su Internet risulti un'impresa disperata e di quanto il confine tra legalità e illegalità, relativo alle modalità di diffusione in streaming, dipenda più da un sistema di interessi consolidato che non dall'effettiva fruizione.

Nel guazzabuglio di leggi e leggine che regolano il mercato è da poco finito un software, di nome Aurous, che consentiva già in fase sperimentale agli utenti di Windows, OS X e Linus di poter ascoltare musica in streaming in modo gratuito e che si è trovato, per questo suo eccesso di generosità, di fronte ad un tribunale prima ancora di vedere effettiva luce e di potersi imporre come trend planetario a scapito di Apple, Spotify e consimili.

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Accusata dalla RIAA (Recording Industry Association of America) di pirateria informatica e di diffusione indebita di materiale protetto da copyright, l'applicazione consisteva in una sorta di lettore musicale, attraverso il quale risultava possibile accedere ad un discreto catalogo di contenuti musicali, il cui ascolto era reso possibile via torrent, senza alcuna forma di pubblicità o di costi per il servizio.

Lapidata nel giro di pochi secondi dall'immissione sul mercato della sua versione alpha, Aurous è diventata, nel linguaggio giornalistico, l'equivalente di Popcorn Time per la musica; vale a dire un sistema di pirateria su larga scala atto a ledere gli interessi di artisti, produttori e consumatori e a danneggiare in modo irreparabile il florido mercato musicale mondiale.

Premesso che gli autori di Aurous avrebbero anche potuto aspettarsi una simile razione da un mondo sempre più proteso a disputarsi le spoglie di quel che resta dell'industria musicale, il caso del piccolo software non è che l'ultima testimonianza di quanto proteggere i propri contenuti su Internet risulti impossibile solo a chi non possiede stuoli di avvocati e una stampa perennemente compiacente, pronta a fare da guardia del corpo contro gli untori del “tutto gratis”.

 

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