Oculus Rift, consegnati i primi visori ordinati
Pur trovando palesemente ridicole e insensate le dichiarazioni della vigilia partorite dallo stesso Zuckerberg, secondo il quale il visore Oculus Rift rivoluzionerà entro breve ogni comparto della vita umana (ambiti professionali inclusi), non vi è dubbio alcuno che l'avvento di strumenti rivolti al versante della realtà virtuale rappresenti il punto di approdo di una ricerca durata decenni e destinata, quantomeno, a mutare l'approccio a strumenti ludici e audiovisivi.
A seguito di un enorme numero di prenotazioni e preordini, i primi visori dedicati alla realtà virtuale prodotti da Oculus Vr hanno infatti fatto la loro effettiva comparsa, manifestandosi nelle mani di tutti coloro che non hanno badato a spese per di ottenere un posto in prima fila nel futuro dell'intrattenimento domestico.

Frutto delle intuizioni di Luckey Palmer, giovane genio dell'informatica che per primo riuscì a capire come e dove ridurre quei periodi di latenza che avevano portato i colossi del settore ad abbandonare il progetto, Oculus Rift, divenuto ormai proprietà della Facebook inc., è stato consegnato dallo stesso ideatore al primo fortunato acquirente, durante una sorta di cerimonia semi-ufficiale che ha ricordato molto da vicino il varo di una nave o l'inaugurazione di un museo.
Spogliato di tutta l'inevitabile retorica e di quella lunga serie di richiami ai film di fantascienza (Il Tagliaerbe su tutti) che anticiparono il suo avvento, il visore prodotto da Oculus rappresenta effettivamente un netto implemento in termini di potenzialità immersive in un dato ambiente simulato e consente, in modo piuttosto fluido, agli amanti dei videogiochi di potersi perdere all'interno di scenari simulati senza che la percezione del proprio corpo risulti essere aliena rispetto alla scena descritta.
Primo in ordine temporale di una lunghissima serie di epigoni destinati ad invadere i mercati durante l'anno corrente, Oculus Rift vanta possibilità di successo decisamente superiori rispetto al progetto Google Glass, dato che il visore si fa leva proprio sulla netta distinzione tra realtà fisica e realtà simulata e non mira affatto, a differenza degli occhiali di Big G, a diventare un oggetto di uso comune da indossare in ogni situazione, checché ne dicano il signor Zuckerberg e le sue distopiche proiezioni di un futuro dove il visore rappresenterà la costante di viaggi, ambienti lavorativi e magari anche di incontri amorosi.





