Non appena conseguiamo la tanto agognata patente di guida, ci rendiamo rapidamente conto di quanto tutti i pezzi della nostra prima automobile siano tutt'altro che eterni e di come sia spesso oneroso (oltre che faticoso) reperire un ricambio adeguato per i cilindri, le valvole, le frizioni e i paraurti distrutti dal nostro delirio di onnipotenza giovanile, che ci ha portato a credere (ma solo che per pochi metri) che se ci riusciva Senna, potevamo riuscirci anche noi.
Il vero problema, dopo aver riparato la vettura, è che per il nostro organismo nutriamo spesso ancor meno riguardo e in modo decisamente meno consapevole: una volta ostruite le nostre vene, anneriti i nostri polmoni e ingrassato il nostro fegato (sempre a causa di quel famoso delirio di onnipotenza giovanile), non resta che rassegnarci al loro cattivo funzionamento perenne, dal momento che sostituire le parti danneggiate risulta ancor più improbabile. O forse no?

Un team di ricerca dell'Università di Sidney, avvalendosi della collaborazione dell'Università di Harvard, Stanford e del Mit, è riuscito a creare in laboratorio a quello che, fino a pochi anni fa, era un progetto confinato nei meandri della cinematografia di fantascienza, dando vita ai primi vasi sanguigni artificiali, in grado di sostituire le strutture presenti nel corpo umano e di aprire la strada verso un futuro all'insegna dei pezzi di ricambio umani.
L'equipe australiana, guidata dall'esperto in bio-materiali, dalle probabili origini italiane, Luiz Bertassoni, è riuscita a creare un tessuto sintetico in grado di replicare le funzioni svolte dai nostri vasi sanguigni, grazie all'impiego di un'avanzatissima bio-stampante 3D che ha tradotto in pratica i progetti teorici dei biologi di Sidney, mediante una complessa tecnologia di stampa in grado di riprodurre nel dettaglio i disegni tridimensionali creati al computer.
Dopo aver mappato e analizzato le intime strutture delle nostre venne e dei nostri capillari, gli scienziati australiani, si sono avvalsi della collaborazione del prezioso macchinario per dar vita ad un composto sintetico, ricoperto di proteine e solidificato grazie all'ausilio della luce, per poi andare a completare l'opera sostituendo le fibre della struttura con minuscoli canali ricoperti da cellule endoteliali umane, in grado di organizzarsi autonomamente e di dar vita a capillari pressoché identici a quelli presenti nel nostro corpo.
Tradotto in un linguaggio meno tecnico, la stampante 3D è servita a ricreare la struttura delle nostre vene, cioè a fornire una sorta di scheletro dettagliato dal quale partire per impiantare materiale biologico sulla struttura sintetica creata, al fine di renderla funzionale una volta inserita in un organismo vivente.
Il passo compiuto dal dottor Bertassoni è enorme e apre la strada verso la creazioni di organi più complessi a partire dall'impiego della tecnologia 3D: seguendo lo stesso iter, sarà infatti possibile un giorno (forse non troppo lontano) creare l'impianto per polmoni, reni o fegati sintetici che potranno acquisire una funzionalità completa grazie al successivo impianto di materiale biologico, ponendo così fine alla disperata ricerca di un donatore compatibile e a tutte le problematiche (fenomeni di rigetto, in primis) presenti nel mondo dei trapianti d'organo.
L'avvento di un futuro nel quale potremmo disporre a piacimento di un ricambio di organi pressoché illimitato, semplicemente premendo un bottone di stampa, potrebbe quindi manifestarsi in anticipo sulle più rosee previsioni, venendo in soccorso di milioni di persone affette da disfunzioni e patologie congenite o semplicemente dai danni prodotti da quel delirio di onnipotenza giovanile, infrantosi alla prima fumata nera del nostro motore.










