Ogni volta che un ventenne, da qualche parte nel mondo, decide di trascorrere le proprie vacanze estive in Olanda, la sua scelta viene accompagnata da una catena di reazioni piuttosto anomale e una lunga sequela di preoccupazioni pervade il parentado, riunito in gran consiglio per scoraggiare il giovane dai suoi stupefacenti intenti e per suggerire una meta alternativa, magari con qualche incentivo economico in più.
Se anche voi vi trovate in età genitoriale e temete che l'imminente viaggio di vostro figlio verso i Paesi Bassi non sia animato dalla volontà di vedere da vicino biciclette, zoccoli, polder e tulipani, non disperate: senza bisogno di ricorrere a test del capello e cani anti-droga domestici, potrete scoprire la verità sulle vacanze del vostro pargolo semplicemente controllandone l'umore al ritorno, umore che potrebbe risultare insolitamente basso come i Paesi dai quali ha appena fatto ritorno.

Stando a quanto sostiene una recente ricerca condotta dal National Institute of Drug Abuse e dall'Imperial College di Londra, il consumo di marijuana potrebbe infatti favorire l'insorgenza di fenomeni ansiosi ripetuti, destinati a sfociare in una depressione clinica, a causa della capacità della cannabis di interferire con la normale produzione di dopamina nel nostro organismo e di andare ad interrompere il processo si biosintesi dell'adrenalina, nel quale la dopamina gioca un ruolo essenziale.
In sostanza (non stupefacente, in questo caso): l'equilibrio del nostro cervello si regge sulla presenza di determinati neurotrasmettitori, sostanza adibite al corretto funzionamento dei processi psico-fisici, tra le quali l'adrenalina (che svolge una funzione euforizzante) e la dopamina (responsabile delle facoltà cognitive); la molecola Thc presente nella cannabis potrebbe essere in grado di sconvolgere questo equilibrio a lungo termine (e non solo nell'immediato, come si credeva un tempo,) andando a produrre un deficit permanente nella produzione delle due sostanze destinato a condurre il soggetto verso la depressione.
I ricercatori inglesi sono giunti a questa conclusione dopo aver condotto un lungo studio su 48 volontari, metà dei quali è stata trattata con Thc mentre l'altra metà con un placebo, secondo il classico schema del doppio-cieco che consente di evitare interferenze di tipo psicologico nella raccolta dei dati finali.
In una seconda fase, ai pazienti sono state somministrate alcune dosi di Ritalin, farmaco piuttosto diffuso nel mondo anglo-sassone e noto per la sua capacità di stimolare la produzione di dopamina in un modo del tutto simile a quello esercitato dalla cocaina (servirsi della polvere bianca sarebbe stato quantomeno eccessivo!), al fine di vagliare la capacità di risposta del cervello mediante uno stimolo esterno di natura chimica.
I volontari che avevano fatto uso di marjuana presentavano mediamente una ridotta reattività delle aree cerebrali predisposte alla produzione di dopamina rispetto ai loro colleghi trattati con il placebo, confermando così la tesi che vede la cannabis in grado di produrre una sorta di atrofia nelle zone del cervello deputate ai processi cognitivi e al senso di benessere.
La ricerca inglese va così ad avvalorare le tesi di coloro che ritengono che l'utilizzo di cannabis sia in grado di produrre seri danni all'organismo e, pertanto, debba essere concesso solo per finalità terapeutiche, in dosi esigue e sotto uno stretto controllo medico; se il vostro consiglio familiare è dunque tristemente fallito, non vi resta che attendere speranzosi il ritorno di vostro figlio, sperando di scorgere quell'allegria nei suoi occhi che solo la visione di biciclette, zoccoli, polder e tulipani può suscitare.










