Fatta esclusione per i nostri parenti, che ci toccano in dote non appena veniamo al mondo, il complesso sistema di relazioni che ci accompagna per tutta la nostra vita è basato su una lunga serie di scelte, spesso inconsapevoli e difficili da spiegare razionalmente: se, per quanto riguarda la nostra anima gemella, ci affidiamo alla chimica, ai colpi di fulmine o alla poesia, come moventi supposti della nostra improvvisa affinità; per quanto riguarda le nostre amicizie, la questione si fa decisamente più complessa.
Nessuno di noi, in fondo, si è mai interrogato troppo sui meccanismi che ci portano a preferire, fin dal primo momento, la compagnia di un determinato compagno di classe rispetto a quella di un altro e, generalmente, ci limitiamo limitiamo a convenire con l'antico proverbio secondo il quale la scoperta di un amico corrisponde a quella di un tesoro e, in quanto tale, è spesso fortuita e casuale.

Stando a quanto sostiene una recente ricerca condotta dalle Università di San Diego e di Yales; più che un tesoro, chi trova un amico si imbatte in realtà in un patrimonio, di tipo genetico e molto simile al nostro.
Un'equipe di ricercatori americani ha infatti analizzato, da un punto di vista strettamente biologico, i meccanismi che si instaurano tra i cosiddetti “amici intimi”, ipotizzando l'esistenza di un'affinità che potrebbe basarsi sulla condivisione di una parte del nostro patrimonio genetico, molto simile a quella che ci lega ai nostri cugini di quarto grado.
Gli scienziati dell'assolata California sono giunti a questa conclusione al termine di un lungo studio, in cui i ricercatori hanno analizzato i risultati di una ricerca condotta negli '70 all'interno del progetto Famingham Study, durante il quale un team di ricerca aveva vagliato la mappatura del genoma di duemila soggetti e aveva poi poi proceduto a formare coppie tra i volontari, scegliendo come criterio di selezione l'esistenza (oppure l'assenza) di un pregresso rapporto di amicizia tra i volontari presenti all'esperimento.
Incrociando i dati relativi alla mappatura del DNA con quelli, molto più empirici, ottenuti a partire dall'esistenza di un rapporto amicale tra i soggetti del test, è emerso che le coppie di soggetti estranei tra loro si trovavano ad avere un patrimonio genetico completamente dissimile, mentre le coppie di amici erano formate da individui la cui affinità biologica corrispondeva mediamente all'1%; percentuale che ci lega, appunto, ai nostri lontani cugini.
La ricerca, ora al vaglio di nuovi test su larga scala, apre la strada alla possibilità che esista realmente un movente genetico alla base delle nostre frequentazioni più strette, la cui natura è ancora piuttosto oscura e potrebbe essere legata alla tendenza naturale da parte di alcuni soggetti a frequentare determinati ambienti, oppure ad una e vera propria inclinazione naturale a stabilire un rapporto con una persona che reputiamo (seppur in modo completamente inconsapevole) molto simile a noi.
Se i nuovi esiti riusciranno a confermare una linea ipotetica iniziata oltre 40 anni fa e mai sfociata in un'evidenza concreta, ci toccherà rassegnarci alla triste scomparsa di quello che abbiamo sempre considerato alla stregua di una sorta di libero arbitrio laico: oltre ai parenti, potrebbero toccarci in dote anche gli amici; il tutto a nostra insaputa e senza la possibilità di sollevare obiezioni in merito.










