Che il rapporto tra Apple e il Governo Cinese non fosse esattamente idilliaco, lo avevamo già ampiamente capito sulla base di una serie di indizi che, seppur non costituendo una prova certa, narrano la storia di una piccola “guerra fredda” combattuta a colpi di sabotaggi, hackeraggio e reciproche accuse di spionaggio, a dire il vero piuttosto risibili.
Dal momento che il governo di Pechino ha proclamato l'azienda gestita da Tim Cook come nemico pubblico numero uno dell'integrità cinese, è iniziata una sistematica opera di pirateria informatica ai danni dell'azienda di Cupertino che ha portato le autorità cinesi dapprima a violare iCloud (proprio nel giorno del lancio di iPhone 6) e successivamente a cercare, in vano, di scoraggiare i propri cittadini dall'acquisto degli americanissimi dispositivi con la Mela retroilluminata in bella vista.

Ultimo capitolo della farsa tecnologica del millennio è rappresentato dal recentissimo attacco condotto (guarda caso a partire dalla Cina) in direzione di oltre 400 applicazioni disponibili sullo store di Ios, con conseguente diffusione planetaria di un nuovo malware in grado di infettare tutti i possessori di un telefono o di un computer marchiato Apple.
Il malevolo software di nome WireLurker è stato scoperto dalla società informatica Palo Alto Networks che ha repentinamente lanciato l'allarme riguardo alla presenza di un malware dall'origine ancora ignota (ma facilmente ipotizzabile) che ha già contagiato numerose app scaricate 350 mila volte da un'utenza collocata prevalentemente in Cina.
Senza voler lanciare accuse gratuite, più di quanto abbiamo già fatto, risulta evidente a chiunque che il vero obiettivo dell'attacco virale è rappresentato da quell'inviolabilità di sistema che costituisce forse la ragione principale in grado di orientare un acquirente in direzione dei prodotti Apple: dimostrare la fallibilità delle misure di sicurezza proposte dalla casa di Cupertino significherebbe infatti corrodere una larga fetta di mercato che trova nella sicurezza informatica la sua legittimazione e rendere i dispositivi della Mela su un piano pressoché paritario rispetto alla concorrenza mondiale.
Dal momento che solo il Governo Cinese pare nutrire un'avversione tanto profonda verso Apple da promuovere o incentivare un'azione simile e dal momento che le applicazioni infette risultano quasi tutte prodotte da sviluppatori cinesi, il passo verso una naturale conclusione appare sicuramente breve.
Resta ora da stabilire quali saranno le contromosse di Apple, sempre attenta a non fomentare il conflitto con le autorità asiatiche pur di mantenere una testa di ponete commerciale in Cina: se non è esattamente guerra fredda; è comunque una situazione gran poco idilliaca che ricorda molto da vicino un conflitto 2.0.





