Parallelamente ad un diffuso benessere sociale e ad una nuova impronta sui mercati internazionali, l'esplosione tecnologica in atto da da un decennio a questa parte ha prodotto un un surplus lavorativo anche nelle aule dei tribunali, portando magistrati, procuratori ad avvocati di mezzo mondo a dibattere su quale siano i reali confini tra privacy e libertà, spesso più sottili di quelli che definiscono la striscia di Gaza.
L'ultima causa in merito, destinata probabilmente a rappresentare quello che in avvocatese viene definito come “un pericoloso precedente”, vede il gigante dei social network Twitter accusare il Governo degli Stati Uniti di aver violato il Primo Emendamento della Costituzione americana, quello cioè che stabilisce ambiti e diritti relativi alla libertà di pensiero e di espressione.

All'origine del contendere vi sono le norme introdotte dal governo Obama in materia di privacy a seguito dello scandalo Snowden: il governo americano ha infatti disposto che gli organi di polizia preposti alla vigilanza dello status quo (Nsa e Fbi) possano accedere ai dati riservati degli utenti presenti sulle principale piattaforme mediatiche, senza che i social networks in questione siano autorizzati ad informare gli stessi utenti dell'avvenuto controllo.
In sostanza: se l'Fbi o chi per loro stabilisce che un determinato profilo Twitter o Facebook possa costituire una minaccia all'ordine sociale, gli agenti segreti possono richiedere e-mail, numero di telefono e credenziali d'accesso dell'utente, ma i gestori del social network vigilato non possono, per contro, rendere pubblico il controllo subito o informare l'utente dell'avvenuta violazione della privacy.
Secondo i responsabili di Twitter, questa norma violerebbe apertamente l'emendamento che sancisce la libertà per ogni cittadino americano di esprimere la propria opinione, dal momento che i social networks si troverebbero “imbavagliati” e impossibilitati ad informare i propri clienti su quali siano i piani di sicurezza governativi e sugli scopi dei controlli ricevuti.
La controversia legale si prefigura molto lunga e dall'esito tutt'altro che scontato: non sarebbe la prima volta, infatti, che un colosso dell'industria americana riesce ad aver ragione del governo centrale appellandosi ad un emendamento costituzionale; già le multinazionali del tabacco erano infatti riuscite a piegare l'amministrazione precedente sulla norma che prevedeva l'introduzione di “immagini-schock” sui pacchetti di sigarette, poi revocata.
Prepariamoci dunque ad un'aspra battaglia in tribunale e agli ennesimi straordinari per gli emuli di Parry Mason: oltre a benessere e mercati in rialzo, c'è ancora un universo normativo da stabilire e una pluralità di confini morali da fissare, per il bene dei governi e di tutti quei milioni di cittadini che si sentono spiati senza conoscere le reali motivazioni.





