Tutti gli amanti dell'attività fisica svolta nel chiuso di una palestra o di una piscina combattono la loro quotidiana battaglia contro due temibili nemici in grado di stimolare la produzione di adrenalina necessaria a sostenere lo sforzo durante la sessione di allenamento: oltre all'ossessione relativa ai chili di troppo, il pensiero rappresentato da quel funesto cartello esposto nello spogliatoio attraverso il quale “la direzione declina la responsabilità per eventuali furti e smarrimenti” costituisce spesso un incentivo più che sufficiente alla ricerca della velocità corporea e della prestazione assoluta.
Non trattandosi di una palestra comunale (né tanto meno di una piscina), il frequentatore medio di Dropbox è portato invece a credere che il proprio prezioso materiale affidato alle premurose mani dei gestori del servizio di archiviazione leader del mercato, possa considerarsi al sicuro da ladruncoli e malintenzionati vita natural durante, a prescindere dal tipo e dalla quantità di sforzo profuso nel frattempo.

Il recente attacco da parte di un hacker che ha sottratto dati d'acceso relativi a quasi sette milioni di utenti del popolare servizio, ha purtroppo portato alla luce tutte le difficoltà connesse con i sistemi di storage online e la fallacia di numerose misure di sicurezza, fino a poco tempo fa ritenute inviolabili.
Il furto, avvenuto pochi giorni fa, ha portato l'ignoto autore a trafugare i dati di 6.937.081 account e a pubblicarne 400 copie online (complete di credenziali e password) per testimoniare la volontà dell'hacker di andare fino in fondo e di ottenere un riscatto dall'azienda (fissato in donazioni di Bitcoin), onde evitare ulteriori divulgazioni in grado di rendere accessibile a chiunque il materiale depositato dai clienti del sito.
I responsabili di Dropbox hanno dichiarato, dal canto loro, di declinare ogni responsabilità dell'accaduto, sostenendo che il furto sia avvenuto a partire da un sito esterno alla società, all'interno del quale le credenziali di accesso sarebbero state inserite in qualità di test, prima di venir definitivamente approvate da Dropbox.
In un modo piuttosto simile a quello con cui Sanpachat (vedi articolo) ha rimpallato le responsabilità dell'attacco subito verso Snapsaved, Dropbox afferma dunque la propria innocenza, difendendosi dalle numerose accuse di incuria e chiamando in causa organismi che con la società hanno poco o nulla da spartire, rei di aver testato dati destinati al servizio di archiviazione senza le dovute precauzioni in merito.
Di chiunque sia la reale responsabilità, la continua escalation di furti informatici costituisce sicuramente un problema enorme per le principali piattaforme online e imporrebbe la ridefinizione della modalità attraverso le quali i dati appartenenti a privati cittadini vengono rimpallati tra diversi servers in attesa di giungere ad un approdo definitivo, prima che si renda necessaria l'apposizione del fatale cartello relativo alla declinazione di responsabilità persino all'ingresso degli spogliatoi virtuali online.





