“Dodici settimane” è una forma linguistica piuttosto puntigliosa che denota un lasso di tempo pari a (circa) tre mesi, in modo da chiarire l'ambiguità connessa con il ricorso ad unità di misure imprecise; dodici settimane (escursus linguistici a parte) è l'arco temporale necessario al nuovo farmaco, creato dalla ditta Gilead, a sradicare completamente l'epatite C dal nostro dal Paese.
Se imputa spesso (a ragione o a torto) alle grandi aziende farmaceutiche di seguire binari di ricerca obsoleti; di procrastinare coattamente la ricerca di soluzioni tempestive e di concentrarsi più sugli utili presenti in bilancio che sulla salute dei malti, salvo poi scoprire, nel caso una delle numerose aziende in questione riesca a giungere ad una composizione chimica realmente “miracolosa”, che nelle casse statali non ci sono soldi sufficienti a garantire l'accesso al farmaco ad un numero adeguato di cittadini.

La triste vicenda, iniziata con l'annuncio dell'Aifa relativo al raggiunto accordo per la commercializzazione di una potentissima cura contro l'Epaite C, pare destinata ad arrestarsi davanti alle parole odierne del Ministro Lorenzin che ha dichiarato, senza troppi perifrasi ed eufemismi, che lo Stato italiano non dispone al momento di una copertura finanziaria in grado di promuovere la diffusione su larga scala del nuovo ritrovato farmacologico.
Tradotto su un piano economico matematico: il farmaco in grado di debellare l'epatite C prodotto dalla ditta americana Gilead e denominato Sofosbuvir richiederebbe un investimento di almeno 700 milioni di euro da parte dello Stato affinché gli oltre 300 mila soggetti affetti dalla patologia possano vedere rimborsato l'intero ciclo terapeutico, il cui costo privato si aggira introno alla proibitiva cifra di 68 mila euro a persona, importo decisamente non accessibile a tutti.
Nonostante l'Aifa dichiari di essere riuscita a strappare un prezzo particolarmente vantaggioso, pari a 37 mila euro per ciclo terapeutico, pare comunque che la possibilità di reperire risorse in grado di ammortizzare gli oneri legati al consumo individuale continuino a latitare, anche a fronte di un'emergenza sanitaria nazionale che comporta ogni anno ingenti costi dovuti a trapianti e lunghe cure per risolvere le problematiche epatiche connesse con la malattia.
Se la Lorenzin non sa dunque dove trovare i soldi per garantire il diritto alla vita ad oltre 300 mila italiani, un'idea potrebbe venire dalla riduzione di tutti quegli sprechi sanitari che rappresentano una voce tra le più onerose in ambito di spesa pubblica: abolendo tagli orizzontali e concentrandosi invece su truffe e malfunzionamenti della sanità nostrana, magari qualcosa potrebbe saltare fuori, anche se dodici settimane potrebbero non bastare affatto.











