Per quanto si scandagli da migliaia di anni l'animo umano per scoprire se i fattori che determinano le nostre preferenze siano dovuti ad una questione ambientale o siano invece frutto di un intrinseco valore dell'oggetto, ci risulta attualmente impossibile decretare se La Pietà di Michelangelo sia effettivamente più bella dello scarabocchio (pieno di cuoricini) dipinto da nostro figlio per la festa del Papà, cercando di prescindere dall'opinione comune e dalle nozioni acquisite.
Seguendo la scuola di pensiero che vede nei nostri gusti (estetici, piuttosto che alimentari) il frutto di un condizionamento ambientale e mentale, sarebbe possibile ricalibrare le nostre preferenze e indurre il nostro cervello a credere, ad esempio, che un'insalata di lattuga sia più gustosa di un Mac Bacon e che la salsa di soia, in fondo, non è poi tanto peggio della mayonese.

Secondo gli scienziati della Tuffs University e del Massachussets General Hospital, risulterebbe infatti possibile allenare il nostro cervello a rifuggire tutti quegli alimenti ipercalorici che procurano al palato tanta gioia, senza incappare nel consueto senso di rinuncia e mortificazione che ci accompagna ogni volta in cui svuotiamo il frigorifero e decidiamo di metterci a dieta.
Tramite una tecnica denominata “mental training”, i ricercatori americani hanno sottoposto 13 soggetti gravemente sovrappeso o obesi ad un lungo programma di rieducazione alimentare basato sul sistema di premi e incentivi che prevede una piccola ricompensa per ogni scelta compiuta e che si prefigge di instaurare nel cervello associazioni mentali in grado di legare un determinato cibo ad una sensazione felice.
In pratica, ogni volta in cui le scelte dei pazienti si orientavano verso un alimento salutare, veniva offerta loro una piccola ricompensa, con il risultato che al termine dell'esperimento un esame compiuto tramite risonanza magnetica evidenziava un sostanziale mutamento nelle aree cerebrali connesse con la gratificazione e la dipendenza e dunque una nuova associazione mentale all'insegna del cibo sano aveva rimpiazzato la precedente, basata sul binomio cibo spazzatura-piacere.
Secondo Susan Roberts, co-autrice del progetto, il nostro cervello si trova ad essere, al momento della nascita, una sorta di tabula rasa in materia di gusti alimentari e le preferenze che sviluppiamo negli anni seguenti sono il frutto di condizionamenti ambientali e di fattori che risultano completamente eliminabili se riusciamo a convincerci, a livello profondo, dell'erroneità delle scelte compiute e ad invertire la rotta.
Nello studio non appare chiaro tuttavia quanto possa avere influito la forza di volontà dei soggetti e quanto una componente genetica, la cui incidenza in materia alimentare viene ormai data per assodata, possa fungere da ostacolo al processo di rieducazione, dal momento che l'incidenza del nostro patrimonio cromosomico sulle nostre scelte potrebbe essere pari (se non superiore) ai fattori ambientali che le determinano.
Se lo studio, pubblicato su “Nutrition & Diabetes” dovesse comunque rivelarsi efficace, quantomeno da un punto di vista pratico o come placebo, potrebbe rivelarsi un'ottima alternativa a costosi metodi dimagranti e costituire, magari, un valido metodo per portarci a preferire gli scarabocchi dei nostri bambini alla Pietà di Michelangelo, fattori sentimentali ovviamente esclusi.










