La letteratura relativa ai metodi di produzione impiegati dalle aziende tessili è ricca di aneddoti piuttosto vari e di natura alquanto raccapricciante: la possibilità offerta alle multinazionali di settore di confezionare i loro capi in paesi dove il sole sorge quando qui è ancora notte, ha autorizzato l'immaginario collettivo a dipingere scenari ricchi di bambini chini sulle macchine da cucire e di dipendenti costretti a vivere all'interno di un buio scantinato.
Se nella maggior parte dei casi ci troviamo (fortunatamente) di fronte a leggende metropolitane, è tristemente vero, invece, il fatto che la grande industria del tessile presti scarsa attenzione alle sostanze impiegate nel processo produttivo e che elementi di natura tossica abbondino nei capi che indossiamo.

Per arginare un fenomeno divenuto ormai malcostume (giusto per restare in tema) a livello globale, Greenpeace ha recentemente lanciato il “progetto Detox”, iniziativa volta alla creazione di un patto che impegni le principali case di moda a bandire l'impiego di sostanze tossiche dai loro sistemi produttivi.
In occasione dell'ultima giornata di sfilate di Milano Moda Donna, sei grandi aziende italiane hanno annunciato la loro volontà di sottoscrivere l'accordo ambientalista e di seguire l'esempio di Valentino Fashion Group, primo marchio nostrano ad eliminare componenti tossiche.
Le aziende in questione sono : Miroglio, Berbrand, Tessitura Attilio Imperiali, Italdenim, Besani e Zip; tutte unite nel rispondere all'appello ambientalista e decise a rendere pubblici i risultati ottenuti in campo produttivo come previsto dall'accordo proposto da Greenpeace.
Secondo i responsabili della principale associazione ambientalista del mondo, il progetto Detox avrà un'immediata ricaduta su oltre 70 milioni di capi venduti ogni anno e porterà anche le case di moda più restie in direzione di una produzione eco-sostenibile, destinata ad essere la norma globale.
Gli elementi tossici presenti nei più comuni capi di abbigliamento sono al momento molti e di varia natura e la loro nocività si riflette in prima istanza sui lavoratori destinati a confezionare i capi (si pensi all'enorme polemica relativa al processo di sabbiatura dei jeans) e in secondo luogo sugli acquirenti, più esposti ad irritazioni cutanee e ad allergeni, la cui influenza varia sulla base di una sensibilità individuale.
Accogliamo dunque con gaudio la notizia dell'adesione delle sei case italiane e ci sentiamo di lanciare un minuscolo appello a tutte quelle grandi case di moda che si trovano ancora in una posizione di indecisione; in caso di diniego, temo ci troveremo costretti ad implementare la vastissima letteratura in merito e a sostenere a spada tratta le tesi che prevedono fruste, bambini e bui scantinati.





