Anche in un mondo i cui i principali servizi online ci appaiono come completamente gratuiti e in cui è possibile visualizzare miliardi di contenuti senza sborsare un centesimo, il primo motore immobile della nostra società resta il denaro e tutte le attività svolte dai colossi hi tech su Internet risultano finalizzate alla vendita di qualche oscuro prodotto e a facilitare le transazioni pecuniarie, prima che l'utente possa ripensarci.
Non stupisce dunque che sempre più piattaforme e dispositivi mobili tentino di dotarsi di quei sistemi che permettono scambi di ingenti somme di denaro in tempi ridottissimi e in modalità agevoli; ragione che potrebbe presto spingere Facebook Messenger a munirsi del suo personalissimo sistema dedicato ai pagamenti online.

Secondo numerose indiscrezioni piuttosto affidabili, Zuckerberg starebbe infatti pensando di estendere il novero delle potenzialità di Messenger andando ad includere proprio modalità di pagamento facilitate e rivolte, in modo prioritario, ai principali store virtuali, di modo da porsi come valido competitor di Apple Pay, Samsung Pay o Android Pay.
In sostanza, secondo quanto riporta il quotidiano The Informer, Facebook si troverebbe intenta a mettere a punto un codice che consente pagamenti attraverso la chat, senza bisogno di carte di credito e lunghe sequenze alfanumeriche e l'operazione potrebbe presto investire non solo i negozi online, ma anche le transazioni di denaro tra i singoli utenti privati, andando così ad incentivare l'utilizzo dell'applicazione per tutti coloro che, ad esempio, si trovano all'estero e necessitano di ricevere soldi da un parente, ma non sono disposti ad attendere le bibliche tempistiche relative ai sistemi di bonifico bancari.
Già tentata presso alcune località americane nel corso del 2015, l'operazione in atto dovrebbe avere carattere universale e investire gli utenti ad ongi latitudine, di modo da sopperire a quei limiti geografici che hanno rappresentato una delle cause del mancato successo della riconversione di Messenger in un portafoglio virtuale.
Data la centralità che i sistemi di pagamento assumono sempre più ella concezione di software e hardware, permangono ormai pochi dubbi sul fatto che i rumors potrebbero trovarsi ad essere perfettamente fondati e che Facebook trasformi entro breve la sua chat nel mezzo più agevole attraverso il quale spostare quel medesimo denaro che continua a porsi come motore immobile del mondo, persino in un'epoca storica in cui tutto appare suadentemente gratuito.
Bella o brutta che sia, ogni idea rivolta al cambiamento della struttura interna dei social media comporta un carico di resistenze da parte di coloro che fanno dell'abitudine e dell'assuefazione agli schemi tradizionali un'ottima ragione per continuare a frequentare le stesse piattaforme con cadenza quotidiana e che si opporrebbero volentieri ad ogni variante estetica o funzionale, concepita per ampliare il bacino di utenza del loro social network di riferimento.
Ecco dunque che dopo la levata di scudi contro Twitter, reo di aver sostituito il sistema dei “preferiti” con un anonimo "mi piace” anche lo zoccolo duro di Instagram protesta contro la rivoluzione che ha portato la tmeline del sito a venire ordinata secondo preferenze e frequenze delle ricerche, anziché in base al consueto e ormai rodato ordine cronologico.

Il drastico cambiamento, annunciato nei giorni scorsi, farà in modo cioè che ogni singola home page del sito per utente verrà strutturate andando a dare maggior rilevanza a tutti quei temi di ricerca considerati come più graditi sulla base dello storico personale di ciascun profilo, andando così ad eliminare la classica disposizione dall'alto verso il basso basata su ora e data del post inserito.
La sola idea di poter rendere Instagram alla stregua di un clone di Facebook ha tuttavia fatto inorridire i puristi del sito che si sono rapidamente radunati su Change.org, da dove hanno dato addirittura il via ad un petizione online finalizzata ad impedire la rivoluzione incombente.
Dato che i supposti cambiamenti alla timeline di Instagram non sono ancora attivi, è difficile giudicare se le incombenti modifiche risulteranno funzionali in un'ottica di sviluppo interno o meno, ma ancor prima che ciò avvenga è curioso constatare come i social media vivano ormai anche grazie a quella cospicua porzione di pubblico che si opporrebbe ad ogni cambiamento a priori e a prescindere dal contesto.
Pur trovando palesemente ridicole e insensate le dichiarazioni della vigilia partorite dallo stesso Zuckerberg, secondo il quale il visore Oculus Rift rivoluzionerà entro breve ogni comparto della vita umana (ambiti professionali inclusi), non vi è dubbio alcuno che l'avvento di strumenti rivolti al versante della realtà virtuale rappresenti il punto di approdo di una ricerca durata decenni e destinata, quantomeno, a mutare l'approccio a strumenti ludici e audiovisivi.
A seguito di un enorme numero di prenotazioni e preordini, i primi visori dedicati alla realtà virtuale prodotti da Oculus Vr hanno infatti fatto la loro effettiva comparsa, manifestandosi nelle mani di tutti coloro che non hanno badato a spese per di ottenere un posto in prima fila nel futuro dell'intrattenimento domestico.

Frutto delle intuizioni di Luckey Palmer, giovane genio dell'informatica che per primo riuscì a capire come e dove ridurre quei periodi di latenza che avevano portato i colossi del settore ad abbandonare il progetto, Oculus Rift, divenuto ormai proprietà della Facebook inc., è stato consegnato dallo stesso ideatore al primo fortunato acquirente, durante una sorta di cerimonia semi-ufficiale che ha ricordato molto da vicino il varo di una nave o l'inaugurazione di un museo.
Spogliato di tutta l'inevitabile retorica e di quella lunga serie di richiami ai film di fantascienza (Il Tagliaerbe su tutti) che anticiparono il suo avvento, il visore prodotto da Oculus rappresenta effettivamente un netto implemento in termini di potenzialità immersive in un dato ambiente simulato e consente, in modo piuttosto fluido, agli amanti dei videogiochi di potersi perdere all'interno di scenari simulati senza che la percezione del proprio corpo risulti essere aliena rispetto alla scena descritta.
Primo in ordine temporale di una lunghissima serie di epigoni destinati ad invadere i mercati durante l'anno corrente, Oculus Rift vanta possibilità di successo decisamente superiori rispetto al progetto Google Glass, dato che il visore si fa leva proprio sulla netta distinzione tra realtà fisica e realtà simulata e non mira affatto, a differenza degli occhiali di Big G, a diventare un oggetto di uso comune da indossare in ogni situazione, checché ne dicano il signor Zuckerberg e le sue distopiche proiezioni di un futuro dove il visore rappresenterà la costante di viaggi, ambienti lavorativi e magari anche di incontri amorosi.
A pochi giorni dall'ottimo lavoro svolto dal servizio Safety Check di Facebook a seguito dei drammatici eventi di Bruxelles e dagli elogi spesi per celebrare una funzione che consente di non intasare le linee telefoniche r di favorire il compito dei soccorsi, ecco che Zuckerberg incappa in una colossale gaffe, andando erroneamente a dislocare Safety Check sull'Italia, mentre è in realtà il Pakistan a trovarsi nella morsa del terrorismo di matrice integralista.
Milioni di utenti italiani hanno infatti ricevuto l'invito a segnalare la loro posizione e la loro condizione di salute a seguito del vile attentato che ha portato un kamikaze a farsi esplodere davanti ad un parco pubblico di Lahoe frequentato da famiglie di fede cristiana.

Se per la maggior parte degli utenti italiani di Facebook la svista è risultata immediatamente evidente ed ha contribuito, tutt'al più, a stemperare per qualche secondo uno dei momenti più drammatici della nostra storia, per molti altri l'incauto errore è stato fonte di preoccupazioni, dato che trovarsi tra le notifiche una segnalazione relativa ad attacchi terroristici nelle vicinanze ha provocato un discreto quantitativo di allarmismo e l'apprensione circa imminenti attacchi nella zona di riferimento.
All'origine dell'errore geografico che avrebbe colpito no solo l'utenza italiana, ma centinaia di profili disseminati ad ogni latitudine, vi sarebbe una sorta di bug informatico che “dirotta”la geolocalizzazione dei profili definita dall'algoritmo interno al sito generando confusione circa posizioni e località di riferimento dei suoi iscritti.
Scusandosi prontamente per l'accaduto, lo stesso Zuckerberg ha augurato che la cosa non si ripeta, dato che la funzione Safety Check è stata logicamente concepita per lenire il livello di allarme in caso di catastrofe (quantomeno da un punto di vista individuale) e non per crearne di nuovi, magari proprio a distanza di pochi giorni dall'ottimo servizio reso alla comunità in corrispondenza con gli attacchi di Bruxelles.
Una volta stabilito per via legale che chiunque ha diritto alla rimozione dei link nei quali compaiono informazioni offensive o comunque sconvenienti il limite intrinseco alla norma relativa al diritto all'oblio è consentito nel delegare agli stessi motori di ricerca il compito di rimuovere i risultati incriminati, con ovvio caos e conseguente intasamento delle aule giudiziarie.
Dato, inoltre, che il diritto all'oblio è sancito da norme emanate dall'Unione Europea, Google ha pensato bene di nicchiare il più di fronte alle richieste di rimozione, dato che la norma non si applica nel resto del mondo, andando ad incappare in solenni sanzioni messe in atto dalla Francia.

In sostanza, la Francia avrebbe riscontrato palesi violazioni da parte di Google nel processo di rimozione dei link e deciso di multare il colosso di Mountain View con un'ammenda pari a 100 mila di euro, dall'evidente maggior valore morale che non pecuniario.
Ovviamente, anche fronte dell'esiguità del danno economico, i responsabili di Google hanno fatto sapere di non voler sborsare un centesimo, facendo leva appunto sul fatto che la norma che stabilisce i limiti all'oblio possiede una valenza geografica ristretta, mentre i link presenti sui motori di ricerca risultano essere universali e dunque non strettamente legati ad un dato ordinamento giuridico.
Dall'inizio della lunga battaglia legale tra Google e le entità nazionali e sovranazionali, dal motore di ricerca sono stati rimossi circa 448 mila risultati di ricerca, a fronte di un numero di richieste proveniente dai paesi comunitari superiore al milione e duecentomila unità, mostrando così i limiti intrinsechi di una legge in cui l'esecuzione è stata affidata nelle mani di chi detiene tutti gli interessi per non eseguire affatto.
Anche a fronte della dilagante avanzata dei social networks e dei siti dedicati all'E-commerce, il primo motore immobile della rivoluzione internettiana che ha investito l'Occidente resta la pornografia, i cui infiniti siti gratuiti dedicati (YouPorn, PornHub, XHamster e via dicendo) riescono ad accaparrarsi quotidianamente un numero di visitatori superiore a quelli di Facebook o di Amazon.
Seppure vincolato ad ovvi schemi descrittivi e alla presenza di contenuti per loro stessa natura ripetitivi, il mondo del porno potrebbe presto estendere ancor più le sue potenzialità il suo raggio d'azione, grazie all'introduzione di appositi contenuti grafici dedicati alla realtà virtuale, in grado di ampliare quel senso di immedesimazione con i protagonisti della scena “narrata” che si trova alla base della fruizione.

Il noto sito PornHub ha infatti annunciato una collaborazione con la società BadoinkVr finalizzata alla creazione di pornografia in modalità virtuale, fruibile attraverso l'utilizzo di appositi visori che permettono allo spettatore di penetrare (ogni riferimento linguistico è puramente casuale) all'interno della scena rappresentata e di dare l'impressione di trovarsi completamente immersi nell'ambiente scenico, con visuale a 360 gradi.
Per promuovere al meglio la nuova avventura commerciale, Pornhub ha recentemente distribuito gratuitamente 1000 visori e dato vita ad un breve spot che ammicca esplicitamente a quel vasto pubblico di adolescenti per i quali la pornografia online appare sempre più come una sorta di seconda occupazione non remunerata.
Grazie all'ausilio dei comuni visori già presenti in commercio, sarà dunque entro breve fruire di contenuti pornografici dedicati alla realtà virtuale in modo totalmente gratuito e trasformare le anonime fughe domestiche in direzione del sito PonrHub in un'esperienza del tutto nuova, con buona pace dei social networks e dei siti di E-commerce, comparti trainanti dello sviluppo del Web all'ombra del porno.
Se l'umanità è riuscita a passare, nel corso del secolo passato, dall'era della plastica a quella del silicone, lo deve al genio visionario di coloro che concepirono in anticipo sui tempi le potenzialità del nascente settore informatico e che abbandonarono con bagaglio al seguito la tera natale per dare vita alla rivoluzione industriale concepita nel cuore della Silicon Valley.
Un posto di spicco nel pantheon della modernità è stato senza dubbio occupato da Andy Grove, nato a Budapest da una famiglia ebrea con il nome di András István Gróf e divenuto, nel corso del secondo dopoguerra, l'artefice principale della crescita della Silicon Valley grazie alla fondazione di Intel.

Trasferitosi in California nel corso del 1957, dove avrebbe assunto lo pseudonimo anglofono di Andrew S. Grove, Andy scommise con largo anticipo sulle potenzialità dei microchip e sul processo di miniaturizzazione delle componenti informatiche, fino a dare il “la” alla nascita di quel colosso hi-tech del quale avrebbe assunto in seguito i ruoli di presidente, amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione fino alla sua uscita di scena definitiva avvenuta nel 2005.
Esattamente come accaduto per Steve Jobs e altri guru dell'informatica, Andy Grove ha rappresentato per decenni l'icona del mito del progresso a Stelle e Strisce e del self made man in grado di attraversare oceani, studiare in autonomia e svolgere professioni umili pur di vedere coronato il suo sogno e di dare vita ai suoi ambiziosi progetti all'interno della “terra delle opportunità”.
Spentosi per cause ancora misteriose nel corso della notte scorsa (probabilmente legate al morbo di parkinson che lo affliggeva), Andy Grove è stato rapidamente circondato dal cordoglio e dall'affetto dei suoi numerosi epigoni, giunti a rendere omaggio a colui che seppe scommettere sull'avvento di un'era in silicone quando l'umanità pareva votata alla plastica e alla genesi di componenti elettroniche tutt'altro che miniaturizzate.
Beneficiaria di una pubblicità indiretta fornitale dall'FBI (che probabilmente avrebbe volentieri evitato), Apple si ripresenta all'attacco dei mercati con un nuova versione di quel medesimo iPhone divenuto ormai celebre in tutto il mondo per la totale impossibilità di decriptare i codici di sicurezza presenti al suo interno e di forzare il dispositivo.
Stando a quanto sostengono numerosi rumors sul Web, la ditta di Cupertino potrebbe infatti annunciare il lancio di iPhone 5 se (o iPhone 6c, che dir si voglia), nel corso dell'annuale evento di primavera in cui, in corrispondenza dell'equinozio, Tim Cook e compagni definiscono al pubblico le nuove strategie di mercato.

Se la presenza di un nuovo iPhone relativamente low cost e tornato a dimensioni più consone pare quasi per assodata, attraverso la variante 5se del suo telefono, Apple intende riportare in auge l'epoca in cui gli smartphone possedevano display da 4 pollici e prezzi di vendita tutto sommato abbordabili (intorno ai 400 dollari), puntando così ad una fascia di pubblico tradizionalmente orientata su dispositivi a base Android e sui telefoni in formato “mini” prodotti dalla Samsung.
Chiacchieratissimo ritorno al passato di iPhone a parte, l'evento che si terrà questa sera vedrà la probabile presentazione di iPad Air 3, del successore dello sfortunato Apple Watch e di un gamma di visori dedicati alla realtà virtuale attraverso la quale l'azienda intende contrastare lo strapotere di Oculus, Sony e dei numerosi epigoni sparsi per il globo.
A prescindere dall'eventualità che i nuovi dispositivi a marchio Apple vengano effettivamente presentati stasera o meno, il loro lancio dovrebbe comunque avvenire nel corso dei prossimi mesi, andando a sfruttare la scia di quell'immensa campagna pubblicitaria offerta suo malgrado dall'FBI e dalla pretesa di sbloccare un telefono di fatto inaccessibile e sicurissimo.
Mentre si discute su come cercare di emancipare i cosiddetti “Paesi in via si viluppo” dalla loro subalternità culturale mediante lo sdoganamento di una connessione internet globale, l'Occidente sta finalmente scoprendo le gioie del Wifi gratuito, grazie all'azione messa in campo da amministratori e sindaci coraggiosi, come Bill De Blasio, per cercare di rendere privo di costi un servizio considerato ormai di pubblica utilità.
La città di New York vedrà infatti entro breve la nascita di una rete Wifi pubblica in grado di coprire tutti gli infiniti distretti che compongono la Gande Mela e di portare la connessione in ogni spazio aperto cittadino, parchi compresi, presenti nella metropoli americana, rapidamente destinata a trasformarsi in mirabile esempio su scala globale di quanto volere significhi potere.

Nel variegato mondo della politica può infatti accadere che qualcuno mantenga le promesse pre-elettorali, per quanto altisonanti e che si trovi a dispensare a piene mani quella medesima connessione gratis per tutti posta come condizione della sua rielezione, considerata come una boutade prima della verifica circa la sua effettiva fattibilità.
Ecco dunque che il rieletto sindaco di New York si appresta a trasformare la città americana nel cantiere per il Wifi che verrà e a mostrare la piena fattibilità di un progetto che fatica a trovare strada e proseliti da questa parte dell'Oceano, fatta eccezione per qualche biblioteca o luogo di interesse pubblico dove si può accedere (spesso molto lentamente e previa registrazione) al servizio senza costi aggiuntivi e senza votarsi in direzione di 3g o 4g.
Con la speranza che gli amministratori di tutto il mondo comprendano i vantaggi di governare una città sempre connessa e ricca di servizi di tipo gratuito, l'auspico è che l'impresa realizzata da De Blasio non cada nel vuoto e che governi e colossi hi-tech collaborino per colmare quella subalternità culturale presente non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche presso i ceti meno agiati delle nostre città.
Chiunque si appresti ad immettere un'immagine o un contenuto testuale su Facebook sognia in cuor suo di riuscire a dare vita ad una catena di condivisioni tale da regalare alla sua creatura qualche ora di celebrità mediatica e di assistere ad un numero di visualizzazioni in grado di rasentare la popolazione di una piccola nazione.
Per quanto diamo sfogo alla nostra creatività, difficilmente riusciremo tuttavia a raggiungere il record stabilito da un post contro il magnate Donald Trump, scritto dal giornalista americano Brandon Santon e rapidamente entrato nel guinnes dei primati informatici per via di un numero di condivisioni superiore al milione di unità e con oltre due milioni di like e reazioni emotive favorevoli a fare da corollario.

Per non trovandosi certamente l'unico ad attaccare Trump per le sue discutibilissime posizioni e per le capacità di inanellare gaffe a ripetizione, Santon è evidentemente riuscito a colpire nel segno molto più profondamente di quanto non abbiano fatto gli stessi Hillary Clinton, Bernie Sanders, Ted Cruz o Marco Rubio, realizzando una lettera aperta al candidato presidente che ha colpito l'America intera e oltre.
Nel suo lungo post, Santon attacca Trump per via delle sue note posizioni razziste e ripercorre in breve la lunga serie di esternazioni del magnate, fino a concludere che Donald gronda odio da ogni poro e strumentalizza problematiche umanitarie per convertirle in voti ed introiti.
A prescindere da quella che è l'opinione individuale sul Tycoon, non vi è dubbio che il giornalista americano sia riuscito a colpire nel segno e che sia riuscito a conferire allo stesso concetto di viralità un significato nuovo e profondo, probabilmente in grado di spingere milioni di emuli a partorire post analoghi con la recondita speranza di una successo di egual portata e di una celebrità in grado di durare qualche ora almeno.




















