Per quanto cerchiamo di provare empatia con l'intero genere umano e tentiamo di solidarizzare con le tragedie che avvengono ai più disparati angoli del globo, non vi è dubbio alcuna che la nostra natura ci porti recepire in maniera estremamente più intensa quanto accade a poca distanza di noi e che, per tanto, un cataclisma nel nostro Paese produrrà nella nostra mente un cordoglio infinitamente maggiore di un terremoto in Azerbaigian.
Allo stesso modo, ci preoccupiamo (a ragion veduta) delle metodologie poco ortodosse impiegate negli allevamenti sotto casa e invochiamo quotidianamente la revoca delle numerose torture ai quali il bestiame destinato alle nostre tavole è sottoposto, senza renderci tuttavia conto di quanto, a migliaia di chilometri da noi, numerose specie rischino l'estinzione a causa della nostra incuria.

L'ennesimo allarme relativo allo stato di conservazione della fauna selvatica globale è stato lanciato nella giornata di oggi dal Living Report 2014 del WWF, secondo il quale, nel corso degli ultimi 40 anni si è assistito ad un autentico dimezzamento della quantità di organismi vertebrati presenti sul pianeta Terra, con punte statistiche che arrivano a toccare il 72% nel caso di particolare specie faunistiche.
Il rapporto annuale del WWF ha evidenziato la presenza di una tendenza su scala globale al depauperamento della fauna e della flora selvatiche che trova nello stile di vita adottato in Occidente la principale causa, tanto da portare i delegati dell'organizzazione a sostenere la tesi in base alla quale se gli esseri umani ad ogni latitudine dovessero adottare il “nostro” modus vivendi, il pianeta si troverebbe prossimo al collasso in tempi brevi.
Lo studio è stato elaborato incrociando i dati relativi allo stato di salute di 10mila specie di animali vertebrate a livello mondiale (forniti dallo Zoological Society di Londra) con un sistema di parametri denominato Global Footprint Network che misura l'impatto umano sulle possibilità di sopravvivenza della fauna selvatica terrestre.
Dopo aver tracciato un quadro piuttosto inquietante e aver preso nota dei danni fin qui compiuti a mezzo inquinamento, bracconaggio, pesca di frodo e quant'altro, il WWF ha proposto di riportare l'ecosistema al centro delle politiche dei governi di tutto il mondo, andando ad inserire la voce “natura” all'interno dei bilanci statali e facendo in modo che l'attenzione verso l'ambiente possa determinare le sorti dei vari PIL statali.
L'idea di fondo è quella di intervenire tramite una legislazione che impedisca di mettere a repentaglio le specie residue a rischio di estinzione (elefanti africani, tigri dell'india, foche monache), facendo in modo che la salvaguardia del patrimonio ambientale venga considerata alla stregua delle vari fonti di introito che determinano il Pil e che paiono essere l'unico movente dell'azione legislativa ed esecutiva.
Rilanciando l'appello del WWF, invitiamo le istituzioni occidentali ad aprire gli occhi su un problema che rischia di danneggiare in modo irreversibile l'intero eco-sistema che ospita (suo malgrado) la nostra presenza, prima che la tragedia lontana si manifesti improvvisamente come qualcosa di troppo vicino.





