Dicesi gattopardismo il costume tutto Italiano di “cambiare tutto per non cambiare nulla”; ovvero l'imperitura usanza nostrana di gettare una testa tagliata in pasto alla folla urlante affinché la calca delusa, frustrata e amareggiata, possa trastullarsi con i resti di colui che viene visto come il responsabile unico di un disastro collettivo e disinteressarsi, quindi, dei reali meccanismi che hanno prodotto la situazione.
In una domenica di inizio settembre stranamente soleggiata, più che le afone power units ibride e silenziose, a fare rumore sulla pista brianzola è stata l'eventualità di un allontanamento (volontario o coatto che sia) del dottor Luca Cordero di Montezemolo dai vertici del Cavallino e il tempestivo comunicato, emanato da Mister Marchionne intorno al giro decimo, attraverso il quale l'Addì di Fiat si è sentito in dovere di informarci della sua filosofica visione del mondo, in base alla quale nessuno è veramente indispensabile e tagliare una testa ogni tanto potrebbe anche rivelarsi utile a rafforzare il morale delle truppe in rosso.

Lungi da noi una difesa d'ufficio di Montezemolo, visto alla stregua di un geniale stratega fino a qualche anno fa, le nostre perplessità sono per lo più legate al fatto che l'ultimo allontanamento occorso in casa Ferrari, quello dell'antipaticissimo Domenicali, è risultato essere a mente fredda piuttosto destabilizzante e che gli errori di questa stagione hanno forse radici e ragioni più profonde, legate tanto al perverso meccanismo che impedisce lo sviluppo delle monoposto durante la stagione, quanto ad un'errata comprensione dei nuovi regolamenti e del repentino rimescolamento di carte anti-Red Bull.
Sicuramente la prima stagione veramente disastrosa a Maranello da oltre vent'anni (se si escludono i ridicoli mondiali 2005 e 2009) impone un ripensamento collettivo della monoposto e delle gerarchie complessive nel team in previsione della prossima stagione, ma una risoluzione della vicenda tramite la caccia al singolo capro espiatorio ci appare francamente pretestuosa e indegna di una Storia che ha sempre trovato nella capacità di reazione alle avversità il suo punto di forza.
Sul versante gara, le uniche emozioni sono scaturite dall'harakiri iniziale dei tre samurai partiti dal lato sinistro della pista (quello presentato come “gommato” dai cronisti Rai), artefici di un suicidio in partenza e di una successiva esaltante rincorsa che ha visto Hamilton, Bottas e Ricciardo regalare al pubblico più caldo del mondo una sequenza di sorpassi atti a ripagare pienamente il prezzo del biglietto ai presenti.
Quasi come una tragica fatalità, la prima rottura di Alonso in 87 gare ha impedito allo Spagnolo di aggregarsi ai tre eroi di giornata e di compiere una mini-rimonta che avrebbe regalato qualche briciola di entusiasmo, lasciata dal banchetto Mecedes, al cuore rosso d'Italia e permesso di mitigare un po' le polemiche brianzole.
Prescindendo da risultato finale e polemiche, la gara di Monza resta comunque uno spettacolo unico e i 360 chilometri all'ora fatti registrare sul rettilineo da Bottas sono la dimostrazione più evidente di quanto “Il Tempio della Velocità” sia una componente imprescindibile di ogni campionato mondiale che si rispetti e di quanto le farneticazioni di Ecclestone su una possibile rimozione della gara dal calendario impongano ripensamenti su quale dovrebbe essere la prossima testa da tagliare (metaforicamente, si intende) nel Circus.
Da brividi, infine, lo spettacolo finale del podio sospeso, sotto il quale la folla si accalca per applaudire Hamilton, Rosberg (un po' meno) e il ritrovato Massa, per cantare, per esporre i propri stendardi, per sventolare bandiere, per lanciare messaggi, per ringraziare i protagonisti dello spettacolo e per dare prova di un entusiasmo che non ha eguali nel mondo: costume, anch'esso, tutto italiano.










