La cinese di Maputo
Editore Tresogni - Stampato a Ferrara nel mese di ottobre 2014.
Opera prima del pediatra Nathan Levi, “La cinese di Maputo” narra di un’intensa vicenda di vita, in parte autobiografica, tutta percorsa da una ricerca interioredi fronte alla sofferenza e all'ingiustizia che caratterizzano la condizione umana in ogni parte mondo.
Ariel è un pediatra, cooperante triestino a Maputo, capitale del Mozambico. Siamo nel 1985, pochi anni dopo l’indipendenza del Paese dal colonialismo portoghese. Il contatto con la guerra, la miseria e la malattia, ma anche con la cordialità dei mozambicani e il sorriso raggiante dei loro bambini, diventa stimolo alla sua rinascita interiore e alla ricerca di pace e saggezza da cui gli uomini e le loro divinità gli sembrano così lontani.
Romanzo scorrevole, intervalla sapientemente la componente narrativa con intense riflessioni che esprimono il tormento interiore dell'autore e il disincanto riguardo alle numerose illusioni che hanno alimentato la sua esistenza: da un'infanzia segnata dall'ottimismo relativo al ruolo della natia Israelein un ipotetico processo di pacificazione del mondo, fino alla caduta dell’illusione e al rifiuto delle fratture dicotomiche del pensiero occidentale.
La cinese di Maputo consegna al lettore anche il fascino, terreno e nel contempo trascendente, di due storie d'amore antitetiche e simboliche: per Mara, carica di erotismo, fantasia e nevrosi e per la bella, saggia e misteriosa Suyen. Storie d’amore eternamente incompiute e sospese con il loro carico di conquista e perdita e l’aspirazione che ne deriva verso un superamento capace di recidere tale tormentata dipendenza.
L’autore dà vita, in modo semplice ma profondo, a un personaggio, Ariel - il suo alter-ego - che ‘non può’ credere nella Divinità e tuttavia ricerca il sacro. Ricerca il superamento delle dicotomie, tipiche del pensiero occidentale (comunismo/democrazia, Dio/uomo, alimentazione/pietà per gli animali, patriottismo/pace, fedeltà/tradimento), trovando la risposta nell’antico pensiero orientale, unitario, non antropocentrico, per il quale la ‘sacralità’ va ricercata all’interno di sé e della natura che ci circonda.
I dettagli dei luoghi descritti - Maputo, Israele e altri - sono scenografici; il linguaggio sintetico favorisce una narrazione rapida e coinvolgente che spinge il lettore a proseguire la lettura fino in fondo nel tentativo di seguire i personaggi nei loro continui spostamenti e i colpi di scena.
Il romanzo è un invito alla pace e al superamento dei confini tribali in cui l’uomo continua a identificarsi. Una tensione, pur venata di pessimismo, verso la pace fra gli uomini, la pace con il pianeta Terra, patria comune, e la pace con se stessi, da cui tutto dipende. Pur nella leggerezza della scrittura e senza imporre al lettore le proprie scelte, esso veicola pertanto messaggi profondi che richiamano la storia, la politica e la filosofia. Ma anche lo sgomento di fronte alla sofferenza umana, alla sua fragilità nell’affrontare le perdite e il desiderio di riscatto da trovare qui ed ora.



