In caso non ve ne foste accorti (ampiamente sarcastico), sulla nostra Penisola è recentemente arrivato Ciclope, anticiclone dall'improbabile nome mitologico che ha fatto sprofondare il nostro Paese sotto una cappa di afa e umidità, con lieve anticipo sull'arrivo dell'estate vera e propria.
Come se non bastasse il caldo imprevisto a renderci difficoltose le nostre consuete attività quotidiane; telegiornali, rotocalchi, testate giornalistiche, blog, riviste e Ministero della Salute colgono la calda palla al balzo per rispolverare quella lunga e fastidiosa serie di consigli volti a combattere gli effetti del termometro, che ritorna ogni anno come un'infinita cantilena.
Posto che a nessuno verrebbe in mente di cucinare uno stinco al forno o di indossare un colbacco in questi giorni, anche in assenza del vademecum mediatico, pare ovvio persino ai più accaldati quanto l'assunzione di cibi difficili da digerire sia da evitare in favore di frutta e verdura, alimenti in grado di restituire energia all'organismo in tempi rapidi, senza appesantirci troppo.

Frutta e verdura, già: ma quale scegliere?
Con l'intento di fornire delucidazioni in merito, una ricerca condotta dalla William Patterson University di Wayne, nel New Jersey, ha recentemente catalogato ogni meraviglia di Madre Natura in una particolare classifica degli “alimenti energetici”, utili a restituire vigore al nostro corpo e a tenere lontane tutte quelle patologie che trovano terreno fertile nella carenza sistematica di vitamine e antiossidanti.
La classificazione è stata condotta su due differenti livelli: in una prima fase l'equipe di medici, capitanata dalla dottoressa Jennifer Di Noia, ha selezionato frutta e verdura sulla base delle informazioni provenienti dalla comune letteratura scientifica, per poi passare ad analizzare, in un secondo tempo, i cibi in base alla loro capacità di fornire energia all'organismo in conformità con la “correlazione di Spearman” (coefficiente che mette in relazione due variabili generiche, in questo caso: peso specifico e quantità di nutrienti) e di prevenire l'insorgere di comuni patologie, tra le quali cancro e infarto.
Quarantuno specie vegetali sono risultate conformi ai criteri della graduatoria, a fronte delle quarantasette analizzate (sono rimasti esclusi solo lampone, mirtillo rosso, mandarino, aglio e cipolla), incoronando il crescione come alimento principe tra i cbi energetici, in virtù della sua enorme capacità di fornire elementi nutrienti a fronte del livello calorico complessivo dell'alimento che gli è valsa un punteggio pari a 100/100 sulla particolare scala orto-frutticola.
Subito dietro al crescione si sono piazzati, nell'ordine: cavolo cinese; bietole; barbabietole verdi; spinaci; cicoria; lattuga in foglie; prezzemolo e lattuga romana, tutti alimenti che hanno fatto registrare un coefficiente altissimo e si sono rivelati come i più utili a fornire energia all'organismo e contrastare malattie, ottimali dunque per coloro che cercano di ripristinare rapidamente i normali livelli di potassio, sodio o magnesio, dopo una copiosa sudorazione.
Nella parte bassa della classifica troviamo invece: rape, more, porri, patate dolci e cavolo bianco, con un coefficiente energetico meno elevato rispetto al crescione e agli altri “colleghi” sopra elencati, benchè, tuttavia, sempre preziosi in chiave di apporto vitaminico naturale.
Ricordando (in caso ce ne fosse bisogno) che tutti i prodotti appartenenti a frutta e a verdura rappresentano una componente essenziale per il nostro organismo e per la nostra salute, la classifica americana si limita ad introdurre un ulteriore criterio di selezione (senza voler discriminare alcun tipo di ortaggio), in grado di definire con precisione quelli che vengono denominati “Pawerhouse Fruit and Vegetables” (PFV), ovvero gli alimenti contenenti una maggior percentuale di vitamine e sali minerali per ogni 100 grammi di prodotto.
Se dunque il caldo vi spossa e le maratone televisive sull'afa ancora di più, consigliamo di tenere presente i suggerimenti provenienti dai nutrizionisti d'Oltreoceano (di seguito alleghiamo la tabella completa in lingua Inglese) e di addentare al più presto dell'ottimo crescione, in grado di restituirvi tutto il potassio e le vitamine perse durante la sudorazione senza interferire troppo con il normale processo digestivo.
In caso, invece, non abbiate colto il sarcasmo iniziale e Ciclope per voi continua ad essere soltanto un gigante con un occhio solo, di nome Polifemo, ucciso da Ulisse e dal buon vino; vi auguriamo un buon appetito con lo stinco al forno!
Forse, la caratteristica primaria che distingue l'essere umano da tutte le altre specie che popolano questo Pianeta, risiede nella sua capacità di proiettare sulle cose inanimate (o astratte) un complesso universo di simboli, in grado di caricare di un valore emotivo oggetti, numeri e colori e di associare le variopinte immagini del mondo a sentimenti individuali, con una valenza pressoché universale.
Nell'infinito processo di catalogazione umano, qualcosa rimane tuttavia lasciato ad una dimensione ambigua e non ben definita: nessuno ha mai capito con certezza, ad esempio, se il colore verde debba essere considerato portatore di speranza oppure sinonimo di carenza pecuniaria, foriero di buoni presagi oppure di imminente tracollo economico.

Essendo, fondamentalmente ottimisti, prendiamo per buona la prima ipotesi (tanto, i soldi mancano comunque) e ci facciamo scudo delle recentissime scoperte sulle virtù dei verdissimi pistacchi, nuovi alleati nella lotta contro il diabete e destinati a loro volta a diventare un simbolo nel simbolo.
I ricercatori spagnoli dell'Università Rovira i Virglili hanno infatti scoperto che un consumo regolare dei popolari anacardi arabi sarebbe in grado di abbassare i livelli di insulina presenti nell'organismo, andando così a normalizzare una serie di valori ai quali è spesso associato l'insorgere del diabete di tipo 2.
Lo studio si è focalizzato sul cosiddetto diabete “borderline”, condizione pre-patologica, in virtù della quel un individuo (generalmente sovrappeso) rischia di sviluppare il diabete di tipo 2, senza esserne tuttavia ancora affetto da un punto di vista clinico.
Durante un periodo di otto mesi, i medici hanno esaminato le condizioni di salute di un gruppo di 54 persone, tutte sovrappeso o obese, alle quali è stato chiesto di abbinare un'alimentazione bilanciata (la classica dieta mediterranea) con l'assunzione di una porzione quotidiana, pari a 57 grammi, di pistacchi, al fine di stabilire se l'introduzione della sostanza nella dieta fosse in grado di alterare i meccanismi relativi all'appetito (l'insulina regola anche la quantità della nostra fame) e di produrre significative riduzioni nella percentuale di massa grassa.
Sebbene l'obiettivo primario del test non sia stato centrato, dal momento che il pistacchio si è rivelato inefficace nel produrre riduzioni di peso, è tuttavia emerso un interessante effetto collaterale: i 54 volontari dell'esperimento, pur non essendo dimagriti in base allo schema previsto, presentavano una regressione dei livelli di glucosio e insulina nel sangue e mostravano evidenti segni di regressione della loro sindrome pre-diabetica.
I pistacchi, per tanto, sono risultati un prezioso alleato nel processo di prevenzione del diabete di tipo 2 ed un'ottima soluzione per tutti color che si trovano in quella spiacevole condizione “borderline”, nella quale la malattia trova il proprio terreno congeniale per l'insorgenza di una patologia non destinata a regredire, uan volta divenuta "conclamata".
Resta ora da chiarire il nesso di tipo causale in base la quale il consumo di pistacchi agisce sui livelli delle sostanze prodotte dal pancreas, al fine di individuarne un uso terapeutico e una posologia universale, in grado di mantenere sotto costante controllo insulina e glucosio lungo un arco temproale costante.
Invitando tutti al consumo di un alimento nutriente e ricco di principi nutritivi, attendiamo con fiducia ulteriori sviluppi in merito, mantenendo al contempo sempre alta la soglia della speranza, rigorosamente verde come i pistacchi e lontana da sciagure conomiche e tracolli finanziari.
De gustibus non disputandum est.
Fin da bambini, i nostri genitori e i nostri educatori ci insegnano (o quantomeno, dovrebbero farlo) a non discutere dei gusti altrui e a non farci beffe di coloro che, in aperta controtendenza con l'immaginario gastronomico infantile, disdegnano con una smorfia tutti quei sapori che ai nostri occhi (e al nostro palato) appaiono come dei sottili piaceri in grado di arricchire la nostra esistenza, preferendo magari carote e fagiolini a caramelle e gelati.
Il gusto è una componente soggettiva, talmente personale che, spesso, siamo portati ad identificare la nostra unicità in quanto esseri umani, proprio sulla base di una complessa gamma di preferenze che ci contraddistinguono e che fanno sì che il pronome personale “io” acquisti un senso marcatamente intimo, sulla base di tutto ciò che ci piace e di tutto ciò che, invece, suscita in noi genuino ribrezzo.

E se, invece, i nostri gusti non fossero poi tanto nostri, ma si trovassero ad essere il risultato di fattori genetici che si tramandano di padre in figlio, attraverso le generazioni?
La scoperta giunge dai ricercatori dell'Università di Trieste e da quelli dell'Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Burlo Garofolo, secondo i quali, a stabilire in nostri gusti alimentari in maniera ancor meno sindacabile di quanto credevamo, sarebbe il nostro patrimonio genetico, unico vero responsabile di inclinazioni e preferenze a tavola.
Gli studiosi italiani sono giunti a questa rivoluzionaria conclusione conducendo un test incentrato su 4000 volontari, ai quali sono stati sottoposti alimenti (siddivisi in 80 gruppi) al fine di stabilire una correlazione tra il loro eventuale gradimento e il profilo genetico individuale do ognuno di loro.
Confrontando i risultati e le preferenze dei soggetti con la loro mappatura genetica è emerso che, per almeno 17 cibi previsti dal test (tra i quali pancetta, vino bianco, carciofi e broccoli) il livello di apprezzamento risultava indissolubilmente legato al patrimonio genetico individuale di ogni volontario, sulla base della presenza di determinati geni in grado di influire con la trasmissione dei segnali gustativi al cervello e della loro elaborazione, durante il complicato processo che conduce gli impulsi sensoriale dal palato fino ai recettori del gusto.
La scoperta, oltre a mutare la percezione che abbiamo del confine che divide il gusto dalla presa di posizione pura e semplice, apre l'orizzonte all'ideazione di diete personalizzate, aventi come discrimine proprio il patrimonio genetico di ciascuno di noi: se, infatti, la tendenza a non consumare un determinato alimento considerato “salutare” è sempre stata vista alla stregua di una scelta dettata da capriccio o da una mera preferenza, la scoperta di una componente genetica muta completamente il panorama, obbligando dietologi e nutrizionisti a tenere conto di un fattore ineliminabile.
Gli ormai immancabili “cerchi di sforzarsi” ripetuti come un mantra dai medici di tutto il mondo, verrebbero dunque meno, lasciando il posto alla sostituzione con altri alimenti, più confacenti alla volontà dei nostri geni e della nostra secolare eredità alimentare.
Abbandonate dunque tutti i residui pregiudizi sul mondo dei gusti e spiegate ai vostri figli che, se un altro bambino snobba gelati e caramelle, non lo fa per distinguersi o per auto-isolarsi dal piccolo gruppo sociale al quale appartiene, ma perché, probabilmente, i suoi padri e i suoi nonni hanno dovuto in passato subire lo stesso tormento e le stesse odiose canzonature, trovandosi soli a fronteggiare il mondo con un laconico “non disputandum” come unica difesa.
Da quando ha fatto la sua comparsa su questa Terra, il genere umano è sempre stato essenzialmente in cerca di due cose (oltre alle chiavi di casa, ma quelle non si trovano mai): di una quiete interiore in grado di mettere il nostro spirito al riparo da tutti quei tumulti che provengono da mondo esterno e di un magico elisir di lunga vita, destinato a prolungare il più possibile la nostra permanenza su questo Pianeta.
Se, per quanto riguarda la pace dell'anima, possiamo farci ben poco e limitarci a tutte quelle pratiche che allontano lo stress dal nostro corpo (nella speranza che nessuno sopraggiunga a romperci le uova nel paniere sul più bello); quando ci misuriamo invece con il tentativo di allungare la nostra vita, spesso le soluzioni si trovano a portata di mano, o meglio di forchetta.
Senza dilungarci troppo sull'importanza e i benefici di un'alimentazione sana ed equilibrata (con il rischio di farvi perdere proprio quel prezioso tempo che vorremmo invece prolungare), segnaliamo e salutiamo rapidamente con piacere una recente scoperta che proviene dai laboratori dell'assolata California e consegna al peperoncino piccante il ruolo di elisir di lunga vita.

I ricercatori della California University hanno infatti scoperto che un consumo regolare di peperoncino (o di cibo piccante in generale) potrebbe garantire una maggior sopravvivenza al nostro organismo in virtù della capacità, intrinseca agli alimenti piccanti, di bloccare la nostra percezione del dolore e di attivare meccanismi connessi con l'autoconservazione del corpo.
Gli scienziati americani sono partiti dall'ipotesi che esista una correlazione tra l'invecchiamento dell'organismo e la sua abitudine a provare dolore, dettata dall'evidente constatazione del fatto che, all'avanzare degli anni, la soglia e la frequenza dei dolori disseminati lungo il nostro copro aumenta in maniera esponenziale.
Successivamente, i medici hanno condotto un test su alcune cavie di laboratorio, alle quali veniva bloccato un particolare recettore del dolore, chiamato Trpv1, al fine di stabilirne eventuali benefici sul tenore di salute complessivo e sulla longevità generale.
Dall'esperimento è risultato che i topi con il recettore inibito vivevano mediamente più a lungo (fino al 14%) e presentavano un metabolismo più attivo, rispetto ai loro “colleghi” che avevano invece il recettore del dolore attivo.
Consumare con continuità alimenti contenenti peperoncino può quindi influire sulla nostra longevità, dal momento che la capsaicna (sostanza alla quale il peperoncino deve la sua piccantezza), quando entra in contatto con il nostro palato, va proprio ad inibire il medesimo recettore del dolore: la rapida sensazione di bruciore che ci coglie mentre addentiamo un cibo piccante altro non è, infatti, se non un segnale di potenziale pericolo lanciato al nostro cervello che lo costringe ad inibire determinate aree predisposte alla percezione del dolore.
Gli effetti digestivi, anti-depressivi e anti-infiammatori del peperoncino sono noti da migliaia di anni tanto che, presso le popolazioni del Centro America in età pre-colombiana, l'alimento veniva considerato sacro per via delle sue doti terpeutiche; l'aspetto più innovativo della ricerca californiana consiste nella scoperta di effetti benefici a lungo termine della sostanza e nell'inedito rapporto con la nostra longevità che potrebbe garantirci di allungare la vita semplicemente introducendo alimenti piccanti.
Se l'esperimento troverà ulteriori sviluppi e applicazioni in campo medico anche sugli esseri umani, ne conseguirebbe che maggiore è il grado di piccantezza del peperoncino misurato dalla scala di Scoville (resa ormai celebre da format televisivi americani incentrati sul cibo piccante), maggiori sono gli effetti in termini di longevità: una sensazione più acuta di dolore invia infatti maggiori impulsi al nostro cervello e garantisce un livello più elevato di inibizione dei ricettori.
Dal momento che il peperoncino è un alimento sano e salutare, invitiamo vivamente ad un utilizzo costante della sostanza, reso possibile da una discreta versatilità culinaria, senza tuttavia mai eccedere: se un'ustione sulla lingua potrebbe anche allungarvi la vita, sicuramente ne risentirebbe quella proverbiale quiete dell'animo che ricerchiamo da sempre con la stessa perseveranza di un elisir di lunga vita.
Facile salire, difficile scendere.
Non alludiamo al costo delle bollette energetiche reclamizzato da un popolare spot televisivo (per esperienza personale, l'ascesa delle cifre sulla bolletta è un fenomeno irreversibile, più o meno come l'invecchiamento o la perdita di fiducia verso chi ci ha ferito), ma alla nostra pressione arteriosa, i cui valori seguono spesso il corso delle nostre emozioni, impennandosi improvvisamente, quando pensavamo di avere il fenomeno sotto controllo, e trasformandosi nel principale nemico della nostra salute in un arco di tempo relativamente breve.

In occasione della recente giornata mondiale contro l'ipertensione arteriosa (il 17 Maggio scorso), l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme contro quello che è stato a pieno titolo definito come il “killer silenzioso” del nuovo millennio: se l'ipertensione non è infatti di per sé catalogabile come una malattia, le vittime dovute all'aumento della pressione arteriosa sono in aumento esponenziale in tutto il mondo, fino a raggiungere un allarmante 19% dei decessi totali.
In Italia, si stima che quasi un adulto su tre si trovi a soffrire di aumenti della pressione sistolica che portano i valori al di sopra della soglia d'attenzione stimata dall'OMS (si definisce ipertensione la presenza di valori superiori a 90/140) e un altro 19% abbondante rischia di incappare negli stessi problemi a breve.
Dal momento che abbassare i valori della pressione è un'impresa piuttosto ardua e che (nei casi più gravi) comporta l'assunzione di sgradevoli medicinali per un lasso di tempo che va da da "ora" a "sempre", il modo migliore per prevenire il fenomeno è quello di giocare d'anticipo sull'insorgere degli sbalzi, cominciando l'opera di prevenzione e controllo a partire dalle nostre tavole, luogo dove l'ipertensione trova spesso il terreno congeniale per le sue folli ascese.
La dieta Dash (anche qui caroselli e scambi di fustini non c'entrano per nulla) è un regime alimentare ideato dai nutrizionisti d'Oltreoceano per garantire, oltre ad una riduzione della massa grassa, anche il controllo di quei valori potenzialmente pericolosi per la nostra pressione, cercando di abbinare il fattore peso con la salute delle arterie.
Eletta come miglior dieta del 2012 da USA News e World Report, la dieta DASH (il cui acronimo sta per Dietary Approach to Stop Hypertension) incentra la propria attenzione sulla presenza di sodio nei cibi, elemento considerato come causa primaria dell'aumento della pressione, mettendo a punto un regime alimentare quotidiano dove la quantità consigliata di sodio oscilla tra i 1,550 e i 2,300 mg al giorno.

Tenere a bada i livelli di sodio non è semplice come si può pensare in base ad un'equazione, ampiamente diffusa nell'immaginario collettivo, che identifica la particella con il sale: molti alimenti (lievito, alimenti conservati o trattati, cereali e glutammato), soprattutto se “in scatola”, forniscono al nostro organismo una dose di sodio ben al di sopra del nostro fabbisogno quotidiano, mettendo così a repentaglio in modo inconsapevole la salute delle arterie e i livelli della pressione.
Occorre dunque cercare di orientare la nostra attenzione su cibi freschi (qualora risulti possibile) e leggere con attenzione i valori riportati sulle confezioni che acquistiamo al supermercato, non limitando il nostro interesse alla quantità complessiva di calorie (elemento che va per la maggiore) fornita dall'alimento che ci apprestiamo ad acquistare, ma prendendo in analisi anche gli eventuali livelli di sodio dovuti per lo più alla metodologia di conservazione del prodotto.
Via libera dunque a frutta, carni bianche, pesce, cereali, frutta secca e legumi, tutti cibi che garantiscono un basso apporto di sodio e aiutano a tenere sotto controllo i livelli di colesterolo LDL (altra potenziale minaccia per la pressione) e bollino rosso per carni rosse (soprattutto se affumicate), dolci, bevande zuccherate e alcoolici.
La dieta DASH si struttura in un menu quotidiano di circa 2000 kcal da suddividere in cinque piccoli pasti, ognuno dei quali dovrebbe contenere, a partire dalla prima colazione, almeno uno degli alimenti indicati come “utili” (si consiglia di abbondare con frutta e cereali) e limitare invece la quantità dei cibi banditi al minimo indispensabile.
Se, da un punto di vista strettamente nutrizionale, la dieta a Stelle e Strisce non si configura esattamente come una "rivoluzione copernicana", riproponendo assunti ormai dati per assodati dai dietologi di tutto il mondo, la grossa novità consiste proprio nella limitazione dei potenziali fattori rischio per la pressione, e dell'attenzione sulla quantità quotidiana di sodio da ingerire come principale criterio di selezione dei nostri alimenti.
Dal momento che tutti i cibi e le indicazioni previste dalla DASH rientrano a pieno titolo nelle norme della buona alimentazione stabilite dai canoni europei, invitiamo a fare un tentativo e a salire, per una volta, sul carro dei vincitori di una dieta che ha saputo sbaragliare la concorrenza e che sta riscuotendo consensi in tutto il mondo, a discapito di altre soluzioni di tipo analogo.
In fondo i carri dei vincitori sono un po' come i valori della pressione: salire è sempre facilissimo!
La nostra Storia narra di un uomo primitivo cacciatore-raccoglitore, votato cioè ad un'alimentazione basata sul binomio costituito da carne di selvaggina e raccolta di prodotti naturali quale unica fonte di sostentamento e sopravvivenza per la propria specie, a fronte delle avverse condizioni (climatiche e ambientali) che accolsero l'arrivo dell'umanità sul Pianeta Terra.
A distanza di migliaia di anni da quelle esigenze (ormai venute meno) e dall'invenzione della moderna agricoltura, è in continuo aumento il numero di coloro per i quali cibarsi di proteine di origine animale risulta moralmente scorretto e completamente superfluo da un punto di vista evolutivo, se non addirittura dannoso.
Se il vegetarianismo (ampiamente sdoganato dalle filosofie new age in voga verso la fine del secolo scorso e dall'impatto della nostra cultura con numerose filosofie orientali) ha più i tratti di una scelta di tipo etico, incentrata sul rifiuto di cibarsi di un altro essere vivente (e cosciente) al quale viene riconosciuta una dignità ontologica pari alla nostra, il veganismo è invece una visione dell'”Universo salute” alternativa e antitetica a quella proposta dalla medicina ufficiale; interamente basta sulla credenza che il consumo di proteine di origini animali possa risultare dannoso all'organismo umano.

Milioni di persone in tutto il mondo, forti della loro scelta di vita, hanno dunque bandito costine, salami e insaccati dalle loro tavole, trovando rifugio in uno stile culinario che va arricchendosi giorno dopo giorno di nuove ricette e menu, destinati a non far rimpiangere il gusto del sangue all'ora di pranzo.
Innumerevoli testimonianze dimostrano come l'eliminazione di prodotti alimentari sia possibile e non comporti rischi per la salute, ma cosa succede quando ci troviamo costretti ad entrare in una farmacia?
Numerosi farmaci che si trovano abitualmente in commercio, infatti, oltre a venire testati sugli animali, riproponendo così (anche se per una ragione più nobile) la crudeltà che si voleva eliminare, contengono principi attivi ed eccipienti derivati dalle uova e dal lattosio e rischiano di far rientrare le proteine di origine animale nella nostra dieta, passando dall'entrata di servizio.
Per ovviare ad un problema, percepito come pericoloso e attuale da tutti i vegani e i vegeteriani d'Italia, il progetto Pharmavegana prevede, a partire dal prossimo autunno, che i farmaci di tipo “cruelty free” (cioè privi di crudeltà) vengano contrassegnati con un apposito bollino, delegando inoltre ai rivenditori la responsabilità di informare i clienti della possibilità di rifornirsi di prodotti assolutamente privi di proteine animali.
Saranno, inoltre, trenta in tutta Italia le farmacie dedicate ai vegani che apriranno i battenti a partire dalla prossima stagione e che venderanno esclusivamente farmaci “cruelty free”, bandendo completamente antibiotici, anti-infiammatori e antistaminici prodotti fancendo ricorso al lattosio o alle uova.
I prodotti in commercio a partire da questo 2014 verranno suddivisi in due differenti fasce; saranno entro breve disponibili i farmaci “etici” (cioè non testati sugli animali) e quelli esclusivamente per i vegani ed entrambe le tipologie farmaceutiche potranno essere immediatamente riconoscibili al consumatore in base alla catalogazione, che avverrà, appunto, mediante l'apposizione di due differenti bollini sulle confezioni.
Nella fase iniziale di un progetto destinato a diventare a lungo termine, le farmacie cruelty free saranno essenzialmente localizzate nel Centro-Nord Italia, ma l'auspicio dei promotori dell'iniziativa è che il numero e la dislocazione degli esercizi possa rapidamente moltiplicarsi, facendo leva sul continuo aumento dei fruitori (in Italia ci sono già 4,2 milioni di vegetariani e 450 mila vegani) e sul duplice ruolo giocato dalle farmacie etiche, in termini di cura e di integrazione alimentare.
Qualunque sia la percezione e l'opinione individuale sul mondo vegano e vegetariano, il progetto Pharmavegana è sicuramente encomiabile e consente ad ogni cittadino di compiere una scelta di tipo etico, in pieno accordo con i diriti e le libertà sanciti dalla nostra Costituzione, e di ricevere maggiori informazioni relative alla modalità di produzione e somministrazione dei farmaci impiegati per la cura delle patologie più comuni.
Insomma, a migliaia di anni dalla sua comparsa, l'uomo raccoglitore riceve finalmente uno status sociale paritario rispetto al suo lontano antenato, un po' cacciatore e un po' crudele, anche se per un'ineluttabile necessità storica.
Sapete perché Francesco Totti, durante le giornate che precedono una partita di campionato, beve il caffè molto più rapidamente del solito?
La risposta al quesito proposto dalla breve freddura è piuttosto irrilevante (almeno in questa sede); quello che ha attirato la nostra attenzione è come la popolare bevanda nera sia da tempo diventata un elemento centrale della nostra cultura e del nostro essere Italiani: da Totò a Fabrizio de Andrè, passando per Goldoni e Zichichi, fino all'inconsapevole capitano giallorosso, il caffè è da secoli una bevanda celebrata attraverso rappresentazioni teatrali, canzoni, poesie e persino barzellette.

Se anche voi (al pari degli artisti sopra citati) non vedete l'ora, appena scesi dal letto, di bere la prima tazza calda della giornata, da oggi avrete un motivo in più per gioire: oltre a rinvigorirvi e a darvi il coraggio per affrontare la giornata al meglio, il primo caffè mattutino vi aiuterà a vedere meglio proprio quella fatidica ora.
Da quanto emerge da una recente ricerca condotta dall'Università di Cornell, nello stato di New York (dove per altro la parola “caffè” fa rima con tazze spropositate modello Mc Donald's), un consumo regolare e moderato di caffè aiuterebbe infatti a proteggere i nostri occhi da numerose patologie degenerative e a mantenere la vista in condizioni ottimali, anche di fronte al passare degli anni e all'inevitabile effetto del tempo.
I ricercatori americani sono giunti a questa conclusione effettuando un semplice test su due gruppi di ratti: al primo gruppo è stata somministrata per via orale un discreta dose di acido clorogenico (sostanza di tipo anti-ossidante presente nel caffè e metabolizzata dall'organismo umano), mentre il secondo gruppo non ha ingerito nessuna sostanza in previsione dell'esperimento.
Successivamente, i bulbi oculari di entrambi i gruppi sono stati trattati con ossido di azoto (composto ossidante in grado di attaccare le cellule della retina), al fine di individuare se la precedente assunzione di acido clorogenico fosse in grado di contrastare la degenerazione retinica dovuta all'acido, oppure se tutti i ratti presenti all'esperimento fossero destinati ad una lunga, quanto triste, miopia.
Dal test è emerso che i ratti alimentati a simil-caffè non presentavano alcun danno alla retina e che l'assunzione regolare del principio attivo derivato dalla bevanda aveva effettivamente scongiurato il pericolo di danni visivi.
Alla base di questo straordinario risultato vi è il duplice assunto che a produrre i cali di vista, ai quali siamo normalmente soggetti, vi sia un progressivo ossidamento dei tessuti retinici e che una corretta assunzione di principi nutritivi volti a contrastare questo tipo di processo possa essere d'aiuto anche a livello locale, oltre che in termini di azione anti-invecchiante globale.
La ricerca apre dunque nuove prospettive in campo oculistico e va ad aggiungere un ulteriore tassello alle numerose proprietà contenute nel caffè: se l'azione dei principi anti-ossidanti della bevanda erano nota da tempo per la sua capacità di contrastare i radicali liberi e di svolgere un'azione protettiva nei confronti del sistema cardio-vascolare, i benefici alla vista rappresentano un versante completamente inedito con il quale cimentarsi per scongiurare l'insorgenza di patologie degenerative.
I ricercatori raccomandano dunque un consumo costante e regolare di caffè (senza eccedere), in attesa che ulteriori sviluppi scientifici aprano la strada a prodotti specifici in campo oculistico (colliri, ad esempio), aventi proprio l'acido clorogenico come principio attivo.
Accordandoci al parere degli esperti, suggeriamo quindi di non abbandonare quella breve gioia mattutina che ci fa sentire svegli, attivi e profondamente connessi alle radici della nostra civiltà; meglio non vedere l'ora di gustarsi un caffè piuttosto che non vederci e basta.
p.s. Perché Totti ha sentito dire che, se non si beve il caffè quando è ancora caldo, perde L'AROMA.
Non esiste banchetto senza crudeltà, sosteneva Nietzsche nella “Nascita della Tragedia”, creando un celebre aforisma volto a spiegare come tutti i nostri piaceri (soprattutto di natura alimentare) derivino dalla sofferenza di un altro essere vivente e come la caccia fosse, fin dagli albori della civiltà, un'attività intimamente connessa con la natura umana in quanto tale.
Il bello delle teorie filosofiche è che generalmente si basano su assunti indimostrabili e che ognuno aderisce alla linea di pensiero più in sintonia con il proprio vissuto e con le proprie inclinazioni; tuttavia se Nietzsche fosse ancora vivo e avesse l'occasione di recarsi presso il Parco Fluviale di Riolo Terme (Ra) per prendere parte al primo festival italiano interamente dedicato all'alimentazione naturale, troverebbe un'evidente prova empirica della fallacia delle sue teorie alimentari.

Il Festival Vegano Vegeteriano e Libero dal Glutine (da qui in poi abbreviato in “Vegfest” per motivi di comodità) si pone infatti come un'ottima occasione per sfatare i falsi miti alimentari che da millenni trovano cittadinanza nella cultura Occidentale e come un gigantesco invito a conoscere i piaceri e i benefici di una cucina genuina, preparata senza che una sola goccia di sangue venisse versata.
Il Vegfest di Riolo Terme è un evento di ampissimo respiro, orientato a fornire una panoramica esaustiva su tutte le nuove tendenze e le ultime filosofie incentrate sul benessere e sulla riscoperta di uno stile di vita finalizzato alla ricerca di una condizione di salute psico-fisica duratura e indipendente dagli effimeri condizionamenti del momento.
A fianco dei numerosi stands espositivi dedicati ai prodotti per vegani, vegetariani, fruttariani, cruditsti e celiaci, troveranno infatti spazio momenti dal carattere più teorico rivolti ad informare e fugare dubbi residui attraverso conferenze e dibattiti aventi per tema (oltre alla cucina naturale) omeopatia, Feng Shui e ipnosi alimentare.
Il Vegfest si aprirà nel tardo pomeriggio di venerdì 22 Maggio e la prima giornata, dopo convenevoli e inaugurazioni, sarà focalizzata sul tema dell'alimentazione priva di glutine e vedrà la presenza di numerosi esperti (Mary Valeriano, Katia Livrani e Maria Luisa Savorani) che illustreranno le loro recenti scoperte e daranno vita a dei laboratori incentrati sulla produzione di pane e altri alimenti adatti ai celiaci e a chiunque desideri espellere il glutine dalla propria alimentazione, senza per questo rinunciare la piacere della buona cucina.
La giornata di sabato prevede invece una full immersion (dalle 10 del mattino fino a sera) nel mondo del benessere, durante la quale sarà possibile seguire conferenze legate al tema dello yoga e della meditazione; dibattiti aventi per oggetto la cucina vegan e il giusto approccio per convogliare i nostri figli verso uno stile alimentare sano; incontri incentrati sull'”Ipnosi Alimentare” e qualche nota dai toni decisamente più ludici e pittoreschi, incarnata dalla Danza Sciamanica che allieterà i presenti dopo l'ora di cena.
La giornata conclusiva dell'evento ospiterà numerose personalità ben note al mondo dei vegani, come il celebre nutrizionista di UnoMattina Rai Luca La Fauci, il campione olimpico di lotta Daigoro Timoncini e il giramondo vegano Pierre Cesaratto, riuniti a Riolo per raccontare le loro esperienze personali e per spiegare nel dettaglio come un'alimentazione priva di proteine animali non costituisca affatto una rinuncia o un fattore debilitante per la salute, ma, al contrario, una tappa fondamentale per la propria realizzazione umana e professionale.
Per tutta la durata del Vegfest non mancheranno ovviamente occasioni per gustare piatti vegetariani e vegani preparati dai migliori chef di settore e rapidi corsi di cucina accelerata che consentiranno anche a chi ha scarsa dimestichezza con pentole e fornelli di cimentarsi con la preparazione di cibi semplici, ma squisiti.
Il festival di Riolo è una manifestazione di sicuro interesse sia per tutti coloro che hanno già intrapreso una scelta di vita basata sull'alimentazione naturale, sia per tutti coloro che si trovano ancora in cerca di risposte e che desiderano approfondire nel dettaglio le svariate tematiche legate ad un universo in continua espansione, che riesce ad attirare l'attenzione di un pubblico sempre più ampio per via degli inconfutabili benefici sull'organismo umano apportati da un'alimentazione priva di grassi e proteine animali.
Per ogni ulteriore informazione e per conoscere le modalità di prenotazione relative ai numerosi laboratori tematici (a numero chiuso, per ragioni logistiche) rimandiamo al sito ufficiale dell'evento, dal quale sarà possibile entrare in contatto con gli organizzatori del festival.
L'evento è vivamente consigliato a chiunque voglia conoscere a fondo (anche solo da un punto di vista culturale) un mondo che è balzato rapidamente agli onori delle cronache riuscendo ad uscire dal ruolo di “sottocultura” dove era stato prematuramente confinato dall'informazione e dalla medicina ufficiale e per prendere parte ad un gigantesco quanto succulento banchetto, con tanta crudità e nessuna crudeltà.
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DOVE ALLOGGIARE IN ZONA
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Un po' perché è parte integrante di una tradizione secolare, un po' perché l'arte dei pasticceri riesce a renderlo ogni anno più attraente; l'uovo di cioccolato è il simbolo stesso della Pasqua e l'oggetto prediletto delle brame alimentari di grandi e piccini, che attendono con ansia la fine delle rinunce quaresimali per concedersi una domenica festiva all'insegna delle gioie alimentari.
Secondo un'antica tradizione, l'uovo simboleggia la Pasqua per via di una consonanza ideale tra la struttura dell'embrione e il Santo Sepolcro: proprio come Gesù è tornato a vivere dall'interno di un luogo apparentemente freddo e inanimato, allo stesso modo, il miracolo della vita ha origine da quello che ad un primo sguardo sembra un comune minerale destinato a rimanere privo di vita.
Con l'avvento di un certo benessere sociale, le tradizionali uova pasquali di gallina hanno cominciato a lasciare il posto a dolci, di omologa forma, sempre più raffinati e ricchi di lavorazioni, mantenendo così intatta la simbologia su cui si basano le celebrazioni pasquali, ma aggiungendo un tocco di golosità in più alla festività.
Se le uova di Pasqua rappresentano dunque una rinascita ideale ed una tentazione alimentare alla quale è difficile sottrarsi, spesso l'altra faccia della medaglia è rappresentata dalle dimensioni del nostro girovita, anch'esse pronte a risorgere dalla fredda cintura che le conteneva agevolmente, per riaffacciarsi verso un orizzonte imprevisto e ricco di “maniglie”.
Un uovo di cioccolato al latte di medie dimensioni ha infatti ben 800 calorie e consumandone una semplice porzione (alzi la mano chi è riuscito a resistere alla tentazione di chiedere il bis o di spiluccare qualche pezzo in più che faceva capolino dalla tovaglia) può contare fino a 180 calorie, andando così ad incidere su un bilancio calorico complessivo in maniera piuttosto significativa.

Dal momento che ormai la Pasqua è passata e suonerebbe come una beffa un tardivo invito all'astinenza o alla moderazione, suggeriamo comunque di non disperare e di non farvi dilaniare dai rimorsi di coscienza di fronte al cioccolato ingerito: l'esperto di fitness americano Darren Casey ha infatti quantificato il livello di attività fisica necessario a trasformare l'uovo pasquale in un dolce ricordo, ben presente nella mente, ma lontano dai fianchi.
Per smaltire un intero uovo di Pasqua sarebbe infatti necessaria una lunga camminata (a passo sostenuto) di circa quattro ore, oppure in alternativa, una corsa di un'ora e venti minuti o 61 minuti di esercizi a corpo libero volti a far lavorare i muscoli.
Se invece siete riusciti a fermarvi sulla soglia della porzione standard (quella da 180 calorie, appunto), saranno sufficienti cinquanta minuti di cammino o venti minuti di corsa per spingere il vostro metabolismo a bruciare rapidamente il piccolo eccesso alimentare festivo.
Il discorso cambia nel caso le vostre preferenze si siano orientate sul cioccolato fondente, decisamente meno calorico e meno ricco di grassi: un intero uovo di cacao purissimo possiede infatti circa 500 calorie e i tempi di attività fisica necessari allo smaltimento calano esponenzialmente al calare di zuccheri, grassi e calorie.
Per smaltire mezzo uovo fondente (250 calorie) sono infatti sufficienti una camminata di un'ora e 15 minuti oppure una corsa di 35 minuti (il cronometro dedicato alla sezione “burpees”, ovvero degli esercizi a corpo libero, si ferma a quota 19 minuti), fatiche decisamente alla portata anche di tutti coloro che non hanno fatto del fitness esattamente la loro ragione di vita.
Eliminare i residui dell'uovo di Pasqua è dunque più semplice e piacevole del previsto e non comporta faticose rinunce culinarie o periodi di dieta ferrea: è sufficiente trascorrere qualche minuto da dedicare al proprio corpo, magari sfruttando il ritrovato bel tempo post vacanziero, per recuperare peso forma e leggerezza.
Suggeriamo dunque di tradurre in pratica i consigli provenienti dagli esperti senza abnegazioni o rinunce; probabilmente già dopo una decina di minuti a passo sostenuto i rimorsi svaniranno e vi sentirete pervadere da un'inaspettata sensazione di benessere, quasi come se vi trovaste a rinascere dopo un breve periodo di mortificazione carnale.
Se esistesse un'ipotetica lista di cose alle quali faremmo un'immensa fatica a rinunciare in quanto Italiani, probabilmente il rituale dell'aperitivo entrerebbe in un'altrettanto ipotetica Top Ten, collocandosi subito a ridosso della pasta asciutta cucinata dalla mamma e magari un po' più in alto di Reality e Talent Shows, nonostante i dati auditel ci pongano tra i maggiori frequentatori virtuali di salotti e scuole di cucina mediatiche.
Un po' perché è associato ad un momento della giornata che coincide con la fine delle preoccupazioni quotidiane in vista della cena, un po' perché l'aperitivo è intimamente connesso con la storia della nostra Nazione, dire addio a tutte quelle bollicine e a quei deliziosi assaggini (chiamateli pure Finger Food se vi va; anche l'attribuire al cibo nomi inglesi fa parte della nostra recente cultura, in fondo) risulta spesso impossibile, anche a fronte di chili in eccesso e girovita in aumento.
Il moderno rituale dell'aperitivo nasce oltre duecento anni fa a Torino con l'invenzione del Vermut e diviene rapidamente l'emblema dell'indipendenza nazionale, trovando proprio in Garibaldi un inatteso sponsor utile a cementare la rinnovata unità, mediante l'istituzione di pratiche (soprattutto di natura alimentare) volte a consolidare il nascituro spirito patriottico.

Se, tuttavia, la vostra mole vi preoccupa in misura maggiore della Mole Antoneliana, dalla quale tutto ebbe inizio, non preoccupatevi: l'aperitivo, infatti, oltre a rilassarvi e porvi in comunione con una storia secolare, pare non nuoccia assolutamente alla vostra linea, anzi.
Secondo quanto emerge dai dati recentemente forniti dagli esperti dell'Osservatorio Nestlè, dalla Fondazione Adi e dall'Associazione Italiana di dietetica e nutrizione clinica, l'abitudine di consumare un breve spuntino in un orario pre-serale, aiuterebbe a mantenere la linea e a scongiurare l'accumulo dei chili in eccesso.
Alla base della recente scoperta vi è il ruolo giocato dal nostro metabolismo, il quale risulta più soggetto a “velocizzarsi” in corrispondenza di un maggior numero di piccoli pasti ingeriti nell'arco della giornata (sempre a patto che l'apporto calorico complessivo venga redistribuito e non aumentato), aiutando l'organismo a smaltire con maggiore facilità gli alimenti consumati.
Una norma, ormai accettata dai nutrizionisti di tutto il mondo, suggerisce infatti di preferire cinque piccoli pasti quotidiani, rispetto ai due (o tre) tradizionali e di suddividere il numero complessivo delle calorie corrispondenti al proprio fabbisogno in micro-unità, al fine di non rallentare la digestione e di risvegliare, appunto, il metabolismo sopito.
Se la pratica dell'aperitivo è dunque un'ottima occasione per “spezzare la fame” in vista della cena, gli esperti raccomandano tuttavia di dosare il consumo di bevande alcoliche con estrema parsimonia: un bicchiere di Prosecco, ad esempio, ha infatti 80 calorie e una consumazione eccessiva potrebbe fungere da contraltare ai benefici derivanti dal fatto di placare l'appetito in vista della cena.
Bene l'aperitivo dunque, purché si riesca a limitare alcolici e porzioni: lo spuntino ideale sarebbe dunque quello che associa bevande a basso apporto calorico (succhi di frutta) con la consumazione di alimenti non eccessivamente grassi e utili a mantenere la linea, come bruschette o verdure fresche.
Pare non occorra dunque che rinunciate ad uno dei momenti più amati della vostra giornata; sapendo cogliere le giuste occasioni, il rituale dell'aperitivo potrebbe addirittura aiutarvi ad abbattere i fastidiosi chiletti in eccesso, concedendosi così magari il lusso di scalare ulteriori posizioni nell'ipotetica Top Ten delle cose a cui proprio non si può rinunciare, sempre a patto che a nessuno venga in mente di spodestare la pasta asciutta della mamma dalla sua doverosa posizione.














