Se il tuo idolo si buttasse in un fiume, lo faresti anche tu?
Così si domandavano (e ci domandavano) le nostre madri, ogni volta in cui ci vedevano tornare a casa con tagli di capelli sempre più improbabili e pantaloni lisi al punto di lasciare le ginoccha all'aria aperta, cercando di farci comprendere il valore della nostra imprescindibile individualità e gli inganni che si celano dietro il diffuso spirito di emulazione.
Non potevano tuttavia immaginare le nostre madri che migliaia di donne nel mondo sarebbero un giorno giunte ad una scelta molto più drastica, cioè quella di ricorrere all'amputazione chirurgica del loro seno, seguendo l'esempio offerto loro da quella che è, oltre ogni dubbio, l'attuale diva tra le dive, Angelina Jolie.

La celeberrima star di Hollywood ha pensato infatti di ricorrere ad una doppia mastectomia nel momento in cui ha scoperto di avere una predisposizione genetica verso il cancro al seno, eliminando alla radice il potenziale problema e fungendo da illustre esempio per giovani (e meno giovani) donne in tutto il mondo, le quali si sono trovate a pensare che se lo faceva lei, doveva pur esserci un perché.
Ebbene, il perché non c'è affatto e la mastectomia non garantisce una maggiore speranza di sopravvivenza in caso di tumore al seno rispetto alle consuete terapie basate sul binomio costituito da quadrantectomia (ossia, asportazione della piccola porzione del seno coinvolta) e radioterapia.
L'allarme è stato lanciato dai medici della California, stato in cui c'è stata una vera e propria esplosione del ricorso improprio alla mastectomia (soprattutto tra donne sotto i 40 anni) nel corso degli ultimi anni che ha portato un 40% abbondante delle ragazze colpite da tumore al seno a preferire un intervento invasivo, devastante e pericoloso alla più sicura quadrantectomia.
Secondo le stime elaborate dai centri di ricerca americani e pubblicate sul Journal of American Medical Association, non solo l'asportazione chirurgica di entrambi i seni non produce alcun beneficio reale, ma pare, al contrario, che il tasso di mortalità a seguito dell'intervento risulti inferiore (16,8%) presso coloro che sono ricorse alle cure tradizionali rispetto a coloro che invece avevano optato per la soluzione radicale (18,8%)
La mastectomia, ha commentato Allison Kurian della Standford University, non garantisce nessun incremento delle speranze relative alla completa guarigione rispetto alla chirurgia conservativa, il cui obiettivo è quello di eliminare la porzione di seno che ospita il tumore e di impedire la sua ricomparsa attraverso un'azione mirata e basta su cure ormonali e sedute di radioterapia.
Secondo la dottoressa Kruian, le motivazioni che spingerebbero le donne a privarsi del loro seno sarebbero ascrivibili a ragioni di natura psicologica (rappresentate dalla presunta eliminazione del problema) ed estetica, dal momento che la moderna chirurgia ricostruttiva garantisce una perfetta simmetria tra i seni, mentre l'asportazione parziale di una parte dei tessuti del seno risulta ancora più difficile da colmare.
Non va comunque trascurato che l'asportazione di una parte così rilevante del proprio corpo è un'operazione complessa e traumatica e che i rischi connessi all'intervento sono numerosi e comportano un lungo periodo di degenza che va a sommarsi a quello dovuto all'insorgere della malattia che aveva dato origine alla soluzione.
Premesso che ogni scelta in ambito sanitario è pienamente personale e dunque legittima, la diffusione di modelli di comportamento non proprio ortodossi pare riesca ad influenzare la nostra percezione di un problema e a spingerci verso scelte che sono (da un punto di vista statistico e quantificabile) assolutamente non idonee a raggiungere l'obiettivo prefissato.
Sarebbe per tanto opportuno tornare a spostare l'accento sul fattore prevenzione e basarsi su campagne informative che offrano dati tangibili, in grado di preservare milioni di pazienti da un inutile dolore supplementare; sempre ammesso che nel frattempo la signora Pitt non decida di gettarsi nel proverbiale fiume, vanificando così gli sforzi della classe medica mondiale.










