Realizzato in Italia il pacemaker più piccolo del mondo
Sempre più orientata in direzione di un versante definito come “indossabile”, la moderna tecnologia si è concentrata a lungo sull'impiego di materiali in grado di rendere gli apparecchi elettronici sempre più leggeri e sottili, trascurando tuttavia quell'ampia fascia di pubblico per la quale la parola indossabile fa rima con necessità e per la quale la riduzione dei dispositivi comporta un netto incremento della qualità della vita.
A porre rimedio all'enorme lacuna è recentemente giunto un nuovo successo medico tutto italiano che ha visto due distinte equipes del Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Ravenna) e l’Anthea Hospital di Bari impiantare a due pazienti affetti da squilibri cardiaci il pacemaker più piccolo del mondo, dotato di dimensioni e massa talmente esigui da attirare l'attenzione dell'intera ricerca medica globale.

Il pacemaker denominato Micra Transcatheter Pacing System (TPS) possiede infatti dimensioni pare ad un decimo di quelle presenti in dispositivo di tipo tradizionale ed è frutto di un lungo lavoro condotto da 12 aziende sanitarie italiane, dislocate in corrispondenza dei maggiori centri di ricerca della Penisola e facenti capo al gruppo Gvm Care & Research.
La piccola rivoluzione è stata resa possibile partendo dall'intuizione di liberare i pacemaker dall'ampio bagaglio di cavi e elettrodi si stimolazione, andando così ad incorporare in un minuscolo dispositivo un singolo elettrodo in grado di stimolare le funzione cardiache in modo autonomo e giungendo così ad una riduzione di massa e peso che ha condotto alla creazione di un apparecchio autosufficiente di 2cm di lunghezza e di poco più di 2 grammi di peso.
Grazie all'impiego della tecnologia wirelless è risultato possibile, inoltre, fare in modo che Micra TPS risultasse ricaricabile secondo modalità di connessione di tipo wi-fi, andando a semplificare non solo l'indossabilità del pacemaker, ma anche il diretto accesso alla sua funzionalità di base.
I due interventi in questione, eseguiti su pazienti di (rispettivamente) di 64 e 73 anni sono durati circa mezz'ora ed hanno riportato un pieno successo, contribuendo così a riempire l'abusatissima parola “indossabile” di nuovi e prioritari significati, in attesa magari di assistere un giorno all'avvento di soluzioni ancor meno invasive e ancor più tecnologiche.





