Austria: impiantate tre “mani bioniche” manovrate dal pensiero
Anche da quando la filosofia occidentale è caduta un po' in crisi e trascorrere il tempo a riflettere sui destini del mondo ha cessato di essere un'occupazione remunerativa, l'umanità non ha mai cessato di partorire idee, forse un po' meno speculative e autoreferenziali, ma sicuramente più funzionali al corretto svolgimento della vita quotidiana.
Nella ridente Austria, dove le idee da Freud e Mozart in poi decisamente non mancano, un'equipe di ricercatori facenti capo all'Università di Vienna è riuscita a tradurre in pratica uno dei postulati teorici che da più tempo attanagliano gli incubi degli scienziati a livello planetario, dando vita alla realizzazione di arti artificiali comandati dal pensiero in grado di supplire (quasi) completamente ad una perdita di facoltà corporee.

Il team di ricerca guidato da Oskar Aszmann ha infatti dato vita a tre distinte mani artificiali create a partire dalla nascente tecnologia definita ricostruzione bionica, impiantate con successo su altrettanti pazienti che avevano perso le funzionalità in questione a seguito di un incidente che aveva reciso loro il plesso brachiale, ovvero quel complesso sistema di terminazioni nervose che consente la trasmissione degli impulsi cerebrali alle estremità, producendone il movimento volontario.
La ricostruzione dell'arto artificiale è stata resa possibile grazie ad un complesso processo incentrato sull'impianto di elettrodi attraverso i quali captare i segnali cerebrali da riconvertire in impulsi elettrici definiti e adibiti a muovere la struttura bionica trapiantata, facendo leva sulla capacità del dispositivo elettronico di cogliere quei deboli imput presenti nella parte residua di plesso branchiale che l'organismo non riesce a definire con precisione.
Durante una fase successiva, i pazienti vengono rieducati a cambiare i propri pensieri in funzione della nuova rete di elettrodi e infine si procede alla sostituzione dell'arto leso con quello “bionico” che va rimpiazzare in toto la mano mancante.
In sostanza, i danneggiamenti alla rete nervosa che consente il movimento dei nostri arti risultano essere solo raramente totali; nella maggior parte dei casi permane la presenza di un transito molto flebile che il nostro organismo non riesce tuttavia a recepire e a trasformare in un corrispondente movimento: proprio da questa considerazione è sorta l'idea degli scienziati viennesi di “amplificare” gli stimoli cerebrali presenti nel plesso branchiale tramite degli elettrodi e ad allenare il cervello come se dovesse muovere un arto posticcio e non uno naturale.
La tecnica ha prodotto esiti stupefacenti e consentito ai tre pazienti di recuperare buona parte delle funzionalità motorie compromesse, aprendo così la strada a nuove metodologie di ricerca in grado di ampliare lo spettro delle potenziali applicazioni legate ai trapianti e tutto questo grazie ad un'idea tanto geniale quanto lontana dalle speculazioni astratte che hanno riempito i libri di filosofia per quasi tre millenni.





