Questo sito utilizza Cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi sapere di più clicca su "Maggiori informazioni"

La tintarella può creare dipendenza

Un po' come un bambino piccolo totalmente privo del basilare senso della misura, il nostro corpo è una macchina piuttosto particolare e difficile da accontentare: non appena andiamo a premiarci con un piccolo piacere quotidiano, il nostro organismo pare non riesca mai a godersi il momento in santa pace e reclama immediatamente la sua nuova razione di gioia, con buona pace del proverbiale “Carpe Diem” e della nostra volontà di cogliere il prezioso attimo.

Gli annali sono pieni di ultime sigarette (non fatelo!), di ultimi caffè, di ultimi cioccolatini, di ultimi bicchieri di vino, di ultimi messaggi spediti a chi ci fa soffrire e di tutte quelle cose dalle quali pensiamo di poterci liberare agevolmente, senza che la nostra volontà abbia prima fatto i conti con le continue richieste del suo coinquilino capriccioso.

Sole

Se ogni piacere artificiale comporta dunque un tasso di dipendenza più o meno elevato, a seconda delle reazioni chimiche che si vengono a instaurare nel nostro cervello, non resta dunque, direte voi, che spezzare definitivamente le catene e tentare di trarre le proprie soddisfazioni da tutti quei piaceri completamente naturali e privi di effetti collaterali che provengono da una gita all'aria aperta, da un'ottima cena a base di verdure o dalla beatitudine di poter prendere il sole in totale tranquillità.

Ebbene, no, dimenticatevi anche il sole, perché, secondo quanto sostiene una recentissima ricerca condotta dal Massachussets General Hospital, in sinergia con la Harvard Medical School, anche i raggi solari agirebbero sul nostro corpo come una sorta di droga e indurrebbero il nostro organismo a sviluppare una forte dipendenza di tipo fisico e psicologico.

I ricercatori di Boston sono giunti a questa conclusione conducendo un esperimento su un gruppo di topi che sono stati esposti in modo continuo a radiazioni di tipo UV per un periodo di sei settimane, osservando che, già a partire dai primissimi giorni, il cervello delle cavie cominciava a produrre una quantità rilevante di endorfine (neurotramettitore responsabile della “felicità”, giusto per semplificare) e a generare un inconsueto stato di benessere nei piccoli roditori.

Al termine del periodo preso in esame, tutti i topolini (ormai felicissimi e abbronzatissimi), hanno cominciato a mostrare i sintomi tipici delle crisi di astinenza, non appena la dose quotidiana di raggi UV è stata tolta loro e i i livelli edorfinici hanno cominciato drasticamente a calare.

La capacità dei raggi solare di regolare la nostra produzione di neurotrasmettitori non è un mistero e già da tempo è stato chiarito, da un punto di vista strettamente chimico, il nesso che lega l'esposizione ai raggi UV con la nostra abitudine a provare sentimenti di felicità e tranquillità (il che spiega, in parte, l'anomalo tasso di suicidi nei paesi più freddi), ma la ricerca di Boston compie un ulteriore passo in avanti, andando a specificare il legame di dipendenza che si viene a creare quando l'esposizione è troppo massiva e si ricorre alla tintarella come ad una sorta di anti-depressivo naturale.

Pare dunque che, per un perverso capriccio del destino, tutto ciò che comporta piacere, sia destinato a spalancare le porte della dipendenza e a renderci sempre più vulnerabile la nostra volontà, a causa di un inevitabile nesso tra le nostre emozioni e le reazioni chimiche che si scatenano nel nostro cervello.

Di fronte ad un'ineluttabile e persino troppo umana verità, non resta dunque che chiuderci in casa ed attendere l'arrivo dell'inverno, oppure imparare ad accontentare quel bambino viziato che ospita i nostri pensieri, cercando di centellinare tutti quei piaceri senza i quali non potremmo vivere a piccole dosi; vederete che imparerà a limitare le richieste, così come abbiamo imparato noi, una volta cresciuti.

In arrivo un metodo indolore per curare la carie

Premesso che la soglia del dolore è un fattore completamente individuale e che, durante la mia vita, mi è capitato persino di incontrare persone che si recavano dal dentista con un sorriso stampato sulle labbra (evidentemente non un gran bel sorriso, in ogni caso); ritengo tuttavia, che in un'ipotetica scala dei fastidi di tipo doloroso, la carie si collochi ad un livello piuttosto alto.

È doloroso sviluppare la patologia e trovarsi da un giorno all'altro e trovarsi vittima di un fastidio alla bocca che sembra monopolizzare i nostri pensieri; è doloroso tentare di masticare gli alimenti dal lato opposto dell'arcata dentale nella speranza che il problema si risolva da solo (tranquilli, non capita mai!); è doloroso trovarsi con un minuscolo trapano che trivella il nostro smalto dentale mentre la saliva scivola via in ogni direzione ed infine, è doloroso rendersi conto quanto quella mezz'ora scarsa di tormenti sia destinata a ripercuotersi sulla nostra spending review mensile.

Dentista

Almeno da quando compiamo i quattordici anni di età e cominciamo a renderci conto che i nostri denti non sono indistruttibili, un piccolo angolino del nostro cuore spera ardentemente che qualcuno, da qualche parte del mondo, trovi un sistema indolore per curare le nostre carie, venendo a spezzare quella catena di indecisione e preoccupazione che precede la scelta di prenotare un consulto dentistico.

Beh, pare che questa volta le nostre preghiere siano state esaudite e che, entro i prossimi tre anni, la carie verrà curata senza il consueto ricorso a trapani, anestesie e aspira-saliva, ma semplicemente grazie a minuscole scariche elettriche completamente indolori.

Il metodo è stato brevettato dal King's College di Londra e consiste in una scossa elettrica di bassa intensità che spinge il nostro a ripristinare i livelli naturali di minerali, la cui erosione costituisce il terreno di insorgenza per la carie.

La carie (il cui nome deriva dal latino “careo”, privazione) altro non è, infatti, che una malattia degenerativa del tessuto dentale, nella quale i batteri vanno (letteralmente) a divorare i nostri denti, non appena i normali livelli di minerali presenti sullo smalto si abbassano e le nostre difese naturali vengono a mancare.

Se fino ad oggi pareva impossibile chiudere la proverbiale stalla dopo la fuga dei buoi e l'unica soluzione praticabile consisteva nell'andare a ricostruire in modo artificiale lo smalto eroso, i medici inglesi hanno scoperto che stimolando, mediante una scossa localizzata, le aree della nostra bocca situate in prossimità del dente ferito, il nostro organismo tende ad iniziare una nuova produzione di minerali in grado di contrastare ed eliminare l'inesorabile avanzata batterica.

Il metodo si chiamerà Elettrically Accelereted and Enhanced Remineralization (Eaer) e sarà disponibile, almeno nel Regno Unito, entro i prossimi tre anni, andando gradualmente a sostituire le obsolete e dolorose pratiche tradizionali,  per la gioia di tutti i sudditi della regina Elisabetta, tristemente noti per un livello di salute dentale non proprio invidiabile.

Non si sa ancora quando l'Eaer approderà in Italia, ma ci sono ottime prospettive su una rapida conversione al metodo elettrico anche presso i nostri studi dentistici, dettate da esigenze di mercato e dal fatto che l'installazione dell'impianto non dovrebbe risultare particolarmente oneroso.

Attendete dunque con pazienza l'esaudirsi delle vostre preghiere adolescenziali, la strada sembra ormai ampiamente spianata e il terreno in discesa: l'unico problema continua ad essere costituito dalla parcella e, al momento, le scariche elettriche localizzate sul conto in banca pre che non siano ancora al vaglio dei ricercatori.

Troppe ore davanti al pc compromettono la vista

Molti anni fa, il cantante Bobby Solo asseriva di aver capito molte cose, relative ai sentimenti della persona da lui amata, semplicemente partendo da quel banale indizio visivo costituito da una lacrima che solcava le guance della ragazza.

Se la fanciulla in questione fosse stata fraintesa o, più semplicemente, piangesse a causa di una fastidiosa emicrania, resta tutt'ora un mistero: quello che emerge dalla breve vicenda canora è che (anche senza essere maghi o indovini) le nostre lacrime sono il mezzo più potente attraverso il quale il nostro organismo esprime un sentimento di disagio o di commozione.

Occhio

Le lacrime rappresentano un patrimonio importante per il nostro corpo, sia da un punto di vista emotivo che da uno prettamente fisico e, se per caso, ci trovassimo senza un'adeguata lacrimazione per qualche tempo, ne risentirebbero immediatamente sia i nostri sentimenti che i nostri occhi, nutriti e idratati proprio in virtù delle goccioline salate prodotte dai corrispettivi condotti lacrimari.

L'eventualità, qui prospettata come una mera ipotesi, si trasforma rapidamente in realtà, quando trascorriamo troppo tempo davanti allo schermo di un pc; attività che pare sia in grado di interferire con la nostra normale lacrimazione, andando così a debilitare i nostri occhi, con effetti nefasti sulle nostre capacità visive.

A sostenerlo è una recente ricerca condotta dall'Università Keyo di Tokyo, secondo la quale, trascorre troppo tempo con lo sguardo fisso sul monitor ci spingerebbe a mantenere inconsciamente le palpebre sempre spalancate e ad evitare le comuni e repentine aperture e chiusure, necessarie all'umidificazione dei bulbi oculari.

I ricercatori giapponesi hanno osservato le condizioni di salute di un gruppo di persone costituito da circa cento volontari, tutti dediti ad attività lavorative “di ufficio”, riscontrando una frequente scarsità di film lacrimale e una generale carenza della proteina presente nelle lacrime, elemento indispensabile a mantenere un corretto stato di salute degli occhi.

Una condizione di secchezza patologica dei bulbi oculari è emersa in circa il 7% dei maschi analizzati, mentre nei casi di soggetti di sesso femminile la percentuale saliva al 14%; un ulteriore porzione del campione preso in esame denotava, inoltre, i più frequenti sintomi che anticipano l'insorgere di complicanze a livello visivo, come irritabilità del bulbo e bruciore frequente agli occhi.

Tradotto in condizioni di salute spicciole, il problema può assumere nel giro di pochi anni dimensioni sanitarie notevoli, portando tutti i frequentatori seriali del monitor ad incappare in problematiche di rilievo, come l'offuscamento della vista o addirittura una precoce miopia, destinata a generare cali nelle nostre facoltà percettive duraturi e di difficile risoluzione.

Di fronte ad una problematica che coinvolge chiunque si trovi nella condizione di dover trascorrere numerose ore davanti al pc, gli esperti raccomandano l'adozione di alcuni accorgimenti volti a proteggere la vista: cercare di fare delle piccole pause; spostare lo sguardo in direzione di una finestra e mantenere una distanza adeguata dal monitor, potrebbe infatti concedere una tregua significativa ai nostri occhi e consentire al processo di lacrimazione, interrotto dalla visione fissa dello schermo, di riprendere il suo corso normale, andando a ridare giovamento alle nostre pupille.

Cercate dunque di staccare un attimo (è un vostro diritto!), non appena cominciate ad avvertire bruciori o stanchezza a livello oculare e concedete ai vostri occhi quelle brevi pause necessarie a proteggere la vista; nulla come una proverbiale lacrima sul viso potrà testimoniare la ritrovata vitalità e la rinnovata salute della vostra vista, a prescindere dai vostri reali sentimenti e dalle vostre emozioni.

I raggi del sole aiutano a prevenire ictus e infarti

Non appena il sole comincia a far capolino sulle nostre città dopo mesi di letargo invernale, si diffonde immediatamente un allarmismo mediatico globale che invita i bambini, i più anziani, i soggetti più a rischio, quelli a meno rischio e quelli a rischio medio alla prudenza più assoluta e a rifuggire come la peste l'esposizione diretta ai raggi solari nelle ore più calde.

Posto che un'assunzione massiva di raggi solari comporta realmente rischi effettivi per la nostra pelle e che qualche precauzione va assolutamente presa; oggi ci va di immaginare che il sole si sia nascosto per un attimo, stufo delle continue critiche televisive, e abbia lasciato il posto ad uno strascico d'Inverno fuori stagione, giusto per farci immaginare come sarebbero le nostre estati senza di lui.

Sole

Il Sole è infatti la ragione stessa della vita sulla terra e l'unico elemento in grado di armonizzare la produzione di numerosi neurotrasmettitori (serotonina, innanzitutto) e di consentire al nostro corpo la sintesi della vitamina di tipo D, andando così a preservare il nostro organismo da depressioni e malesseri di natura fisica e psichiatrica che trovano il loro terreno ideale nell'assenza di luce naturale e nel buio perenne.

E non solo, perché in base a quanto sostiene un'equipe di ricercatori di Edimburgo (dove il sole viene avvistato per lo più in cartolina), i raggi solari sarebbero infatti anche un utile alleato nella lotta all'ipertensione e un elemento imprescindibile per prevenire l'insorgenza di tutte quelle patologie, come infarto e ictus, associate ad uno smisurato aumento della pressione sistolica.

Secondo i ricercatori scozzesi, la luce ultravioletta presente nei raggi solari sarebbe infatti in grado di abbassare i valori della pressione sanguigna, andando a formare, una volta a contatto con la pelle, molecole di azoto che il nostro organismo trasforma in nitriti ed impiega per rilassare la muscolatura dei vasi sanguigni, garantendo così un maggiore afflusso di sangue, anche in presenza di vene inspessite o parzialmente ostruite.

I medici sono giunti a questa conclusione dopo aver effettuato un test su 24 volontari, sottoponendoli per un lungo periodo alle emanazioni costanti di una lampada abbronzante UV e riscontrando, al termine dell'esperimento, una drastica riduzione dei valori massimi nella loro pressione sanguigna.

La ricerca scozzese, pubblicata sul Journal of Investigative Dermatology, apre la strada a nuove terapie in materia di disturbi cardio-vascolari incentrate sulla presenza dei raggi solari e spiega, a livello molecolare, quello che è un assunto dato per ovvio dall'esperienza empirica, in base al quale la nostra pressione tende drasticamente ad abbassarsi durante i mesi caldi (senza tuttavia scordare il ruolo giocato da temperature ed umidità), andando così a chiarire il rapporto che lega l'azione chimica svolta dal nostro organismo con l'esposizione alle radiazioni ultraviolette.

Sempre ricordandoci di evitare le proverbiale scottature (ma questo ve l'ha già ricordato chiunque, nei giorni scorsi), invitiamo dunque a non temere il sole e ad avvicinarvi con tutta la cautela del caso a quei benefici raggi senza i quali l'estate sarebbe sempre triste, un po' come lo è oggi.

Gli episodi di bullismo accorciano la vita alle vittime

È nato prima il bullo o la merendina?

Se ormai viviamo in un'epoca segnata dal cyberbullismo e dalle prepotenze su scala globale che mettono a nudo le altrui difficoltà attraverso la rete, i primi bulli della storia entrarono nelle cronache scolastiche, svariati decenni or sono, per la malsana abitudine di rubare le merendine ai loro compagni, spesso deboli ed esili, che proprio a causa di quegli spuntini mancati, continuavano ad essere sempre più esili, sempre più deboli e sempre più vittime di soprusi.

Bullo

Quando si parla di cattiveria gratuita, il passo diventa spesso più lungo della gamba e il presunto movente del bullismo costituito dalla fatidica merendina venne rapidamente meno, lasciando il posto ad offese e derisioni gratuite che i “più forti” iniziarono a perpetrare, prendendo di mira i ragazzini con gli occhiali, quelli sovrappeso, quelli con difficoltà di dizione, quelli più timidi, quelli più sensibili, quelli che provenivano da un'altra nazione, quelli con i voti più alti (e così via), fino a trasformare le nostre scuole in altrettanti purgatori, con tanto di gironi degli svantaggiati e demoni di guardia all'ingresso.

Se vi siete per sbaglio riconosciuti in una delle categorie sopra elencate e ancora oggi i vostri incubi sono popolati da energumeni dal quoziente intellettivo simile a quello di un'anguilla, abbiamo brutte notizie da darvi: esiste infatti il rischio concreto che i vostri torturatori siano destinati ad una vita più lunga (oltre che più serena) della vostra.

I bambini maltrattati, sia che subiscano molestie tra le mura domestiche, sia che vengano presi di mira dai loro compagni, sarebbero infatti destinati ad una vita più breve con un apice di privazione stimato in addirittura 7-10 anni.

A sostenerlo è una recente indagine, presentata al recente Congresso Italiano di Pediatria di Palermo e incentrata su tutti quei fattori negativi e alienanti dell'universo infantile che possono portare a serie ripercussioni sullo sviluppo dei minori, secondo la quale la continua esposizione dei bambini a maltrattamenti e molestie di natura fisica e psicologica, favorirebbe l'insorgere, in età adulta di numerose patologie, tra le quali: tumori; cefalee; obesità e asma.

Il nesso tra bullismo e malattie trova la sua radice in quell'enorme carico di stress cronico al quale le vittime delle prepotenze si trovano quotidianamente esposte; stress che è in grado di alterare la normale conformazione bio-chimica del cervello, andando ad inficiare negli anni seguenti il corretto funzionamento dell'organismo e aprendo la strada all'insorgere di problematiche di natura fisica fortemente debilitanti o addirittura letali.

A confermare le tesi dei medici Italiani è recentemente giunta una ricerca americana, pubblicata su Molecular Psychiatric, condotta su 236 minori vittime di abusi e maltrattamenti, che ha messo in evidenza un legame tra soprusi e invecchiamento cellulare: i telometri (porzioni del DNA, situate alle estremità dei cromosomi) dei soggetti presi in esame, presentavano infatti delle modificazioni strutturali e una conformazione complessiva che metteva in luce un invecchiamento complessivo dell'organismo stimato tra i 7 e i 10 anni di età.

Al momento, si calcola che i bambini vittime di violenze ripetute nel nostro Paese siano circa 100000, ma la cifra è sicuramente approssimata per difetto secondo l'Oms; tutti soggetti potenzialmente a rischio, di fronte ai quali urge un piano educativo e disciplinare in grado di prevenire e debellare la piaga.

Il bullismo non è dunque solo un gioco, come credono i bambini più prepotenti (e come spesso lasciano credere i loro genitori), ma è una serie di atti di estrema gravità che prefigura un'emergenza sanitaria in età adulta e che trasforma le vittime in soggetti svantaggiati e debilitati per molti anni, anche a seguito della scomparsa della manifestazione del fenomeno.

Invitiamo, per tanto, genitori e aspiranti tali ad iniziare l'opera di prevenzione fin dai primi anni di vita dei loro figli, indirizzando e correggendo tutti quei comportamenti che denotano un eccesso di esuberanza e spiegando pazientemente ai loro bambini che le merendine ottenute attraverso la sopraffazione dei più deboli sono spesso amare e difficili da digerire.

In arrivo un'applicazione per monitorare le radiazioni emesse dal cellulare

“Amore, riaggancia prima tu”. “No, prima tu”. “No, prima tu.”

Se già dalla fine del secolo scorso l'Amore aveva cominciato a correre sul sottile filo del telefono (con buona pace degli amanti di lettere, cartoline e lunghi romanzi epistolari), da quando il filo è venuto meno, soppiantato dai ripetitori e dal progresso inesorabile, l'esplosione di sillabe dolci nell'aria si è propagata alla velocità della luce in tutto il mondo, andando rapidamente a zuccherare l'etere e a glassare l'atmosfera circostante.

Grazie alla liberalizzazione del mercato telefonico e alle norme UE sui diritti telefonici delle compagnie, ormai telefonare costa veramente poco e un'ampia gamma di tariffe personalizzate (“You & me”, “Noi due”, “Io, te e l'altra”) consente a chiunque di trascorrere il proprio tempo libero senza soffrire troppo per la lontananza, temporanea o permanente che sia, della persona amata e senza troppi costi.

Ma siamo sicuri che tutto questo sia davvero privo di costi imprevisti?

Coppia

Da un punto di vista meramente economico, il credito residuo sullo smartphone ci aiuta a monitorare eventuali raggiri e tenere sotto controllo la spesa, ma sul versante relativo alla nostra salute, lo scenario pare mutare drasticamente.

A sostenerlo è un recente rapporto dell'Arpa (Agenzia Regionale per l'Ambiente del Piemonte) incentrato sui pericoli delle radiazioni emesse dai nostri telefoni che quotidianamente attraversano il nostro corpo, a partire dall'invisibile ricevitore attaccato all'orecchio, mettendo a repentaglio la funzionalità dei nostri organi interni.

Secondo l'Arpa, i soggetti maggiormente a rischio di fronte ai pericoli delle radiazioni emesse dagli smartphones sarebbero i bambini sotto i dieci anni, la cui fase di perenne sviluppo corporale intensificherebbe i danni, soprattutto in assenza di un'adeguata educazione volta alla prevenzione e all'utilizzo di tutti quegli ausili (vivavoce, auricolari) in grado di limitare la pericolosità degli apparecchi.

Oltre a far squillare (è proprio il caso di dirlo) l'ennesimo campanello d'allarme su una problematica che potrebbe anche tramutarsi in un'epidemia sanitaria a livello planetario, i ricercatori dell'istituto piemontese sono riusciti a classificare la pericolosità delle radiazioni in base alla tipologia di rete utilizzata (2g o 3g) e in base alla frequenza del segnale, scoprendo che: i dispositivi di ultima generazione producono un campo elettromagnetico inferiore rispetto agli apparecchi basati sul 2g e che sarebbe sufficiente mantenere una distanza di sicurezza dal telefono pari a carica 30 cm per abbassare drasticamente il livello di radiazioni assorbito dall'organismo.

Gli effetti nefasti del campo elettromagnetico prodotto dal nostro cellulare sono noti da tempo e, benché manchi ancora una legislazione adeguata in materia, le precauzioni da prendere sono riportate per legge all'interno dei depliant che accompagnano il prodotto; la vera novità delle ricerche condotte dall'Arpa consiste nella realizzazione di ricerche più approfondite sulla natura delle radiazioni, che ha consentito di dare alla luce un'applicazione in grado di monitorarne i livelli e di avvertirci costantemente sulla quantità assorbita dal nostro organismo.

L'App, entro breve disponibile su piattaforma Android, si propone di giungere ad un obiettivo (parzialmente) fallito da normative e senso civico, andando ad avvisare gli utenti delle compagnie telefoniche sui pericoli che stanno correndo mentre prolungano all'infinito le loro telefonate, sfruttando la capacità di fornire dati quantificabili a supporto di argomentazioni percepite dal grande pubblico come "troppo generiche" o "non adeguatamente convincenti".

L'applicazione, che si chiamerà SarPaper, sarà disponibile anche in una versione che consentirà di trasmettere in modo istantaneo i dati registrati ad un server dedicato ad indagini statistiche sulle problematiche connesse alle radiazioni, andando così ad aggiungere un importante fattore sociale al deterrente individuale e consentendo un progresso costante nella ricerca e nella prevenzione di danni causati da smartphones, attraverso un monitoraggio consapevole e collettivo.

Risparmiandovi i consueti consigli paterni sull'utilizzo degli auricolari e del vivavoce, invitiamo invece a scaricare, testare e collaudare l'applicazione non appena sarà disponibile; operazione piuttosto semplice che vi consentirà di diventare parte attiva della ricerca medica e di tenere sotto controllo le vostre telefonate semplicemente lanciando un'occhiata allo schermo.

A dire il vero, un piccolo consiglio ci sentiamo di darvelo: se siete ancora indecisi su quale dei due membri della coppia debba riagganciare per primo, senza far sentire l'altro meno amato o meno desiderato; riattaccate entrambi, lasciate a casa il telefono e andate a farvi una passeggiata all'aria aperta, decisamente più romantica e meno invasiva.

Frutta e verdura: ecco i 41 alimenti a maggior tasso energetico

In caso non ve ne foste accorti (ampiamente sarcastico), sulla nostra Penisola è recentemente arrivato Ciclope, anticiclone dall'improbabile nome mitologico che ha fatto sprofondare il nostro Paese sotto una cappa di afa e umidità, con lieve anticipo sull'arrivo dell'estate vera e propria.

Come se non bastasse il caldo imprevisto a renderci difficoltose le nostre consuete attività quotidiane; telegiornali, rotocalchi, testate giornalistiche, blog, riviste e Ministero della Salute colgono la calda palla al balzo per rispolverare quella lunga e fastidiosa serie di consigli volti a combattere gli effetti del termometro, che ritorna ogni anno come un'infinita cantilena.

Posto che a nessuno verrebbe in mente di cucinare uno stinco al forno o di indossare un colbacco in questi giorni, anche in assenza del vademecum mediatico, pare ovvio persino ai più accaldati quanto l'assunzione di cibi difficili da digerire sia da evitare in favore di frutta e verdura, alimenti in grado di restituire energia all'organismo in tempi rapidi, senza appesantirci troppo.

Cavolo

Frutta e verdura, già: ma quale scegliere?

Con l'intento di fornire delucidazioni in merito, una ricerca condotta dalla William Patterson University di Wayne, nel New Jersey,  ha recentemente catalogato ogni meraviglia di Madre Natura in una particolare classifica degli “alimenti energetici”, utili a restituire vigore al nostro corpo e a tenere lontane tutte quelle patologie che trovano terreno fertile nella carenza sistematica di vitamine e antiossidanti.

La classificazione è stata condotta su due differenti livelli: in una prima fase l'equipe di medici, capitanata dalla dottoressa Jennifer Di Noia, ha selezionato frutta e verdura sulla base delle informazioni provenienti dalla comune letteratura scientifica, per poi passare ad analizzare, in un secondo tempo, i cibi in base alla loro capacità di fornire energia all'organismo in conformità con la “correlazione di Spearman” (coefficiente che mette in relazione due variabili generiche, in questo caso: peso specifico e quantità di nutrienti) e di prevenire l'insorgere di comuni patologie, tra le quali cancro e infarto.

Quarantuno specie vegetali sono risultate conformi ai criteri della graduatoria, a fronte delle quarantasette analizzate (sono rimasti esclusi solo lampone, mirtillo rosso, mandarino, aglio e cipolla), incoronando il crescione come alimento principe tra i cbi energetici, in virtù della sua enorme capacità di fornire elementi nutrienti a fronte del livello calorico complessivo dell'alimento che gli è valsa un punteggio pari a 100/100 sulla particolare scala orto-frutticola.

Subito dietro al crescione si sono piazzati, nell'ordine: cavolo cinese; bietole; barbabietole verdi; spinaci; cicoria; lattuga in foglie; prezzemolo e lattuga romana, tutti alimenti che hanno fatto registrare un coefficiente altissimo e si sono rivelati come i più utili a fornire energia all'organismo e contrastare malattie, ottimali dunque per coloro che cercano di ripristinare rapidamente i normali livelli di potassio, sodio o magnesio, dopo una copiosa sudorazione.

Nella parte bassa della classifica troviamo invece: rape, more, porri, patate dolci e cavolo bianco, con un coefficiente energetico meno elevato rispetto al crescione e agli altri “colleghi” sopra elencati, benchè, tuttavia, sempre preziosi in chiave di apporto vitaminico naturale.

Ricordando (in caso ce ne fosse bisogno) che tutti i prodotti appartenenti a frutta e a verdura rappresentano una componente essenziale per il nostro organismo e per la nostra salute, la classifica americana si limita ad introdurre un ulteriore criterio di selezione (senza voler discriminare alcun tipo di ortaggio), in grado di definire con precisione quelli che vengono denominati “Pawerhouse Fruit and Vegetables” (PFV), ovvero gli alimenti contenenti una maggior percentuale di vitamine e sali minerali per ogni 100 grammi di prodotto.

Se dunque il caldo vi spossa e le maratone televisive sull'afa ancora di più, consigliamo di tenere presente i suggerimenti provenienti dai nutrizionisti d'Oltreoceano (di seguito alleghiamo la tabella completa in lingua Inglese) e di addentare al più presto dell'ottimo crescione, in grado di restituirvi tutto il potassio e le vitamine perse durante la sudorazione senza interferire troppo con il normale processo digestivo.

In caso, invece, non abbiate colto il sarcasmo iniziale e Ciclope per voi continua ad essere soltanto un gigante con un occhio solo, di nome Polifemo, ucciso da Ulisse e dal buon vino; vi auguriamo un buon appetito con lo stinco al forno!

Costruita in laboratorio la prima retina artificiale in grado di reagire alla luce

Riducendo la vita umana ad un'enorme semplificazione (e non è detto che in realtà non lo sia), ci viene da affermare che sostanzialmente due sono le cose che non ci è concesso di riavere in dietro una volta perdute: il tempo trascorso e l'uso della vista.

Se per la prima, non possiamo farci granchè, se non limitarci a custodire dentro di noi ogni attimo in cui abbiamo sorriso, sofferto o semplicemente atteso qualcosa di nuovo; l'altro tabù che da sempre regna del mondo delle facoltà perdute, pare sia invece destinato ad illuminarsi di nuova ed insperata luce (in tutti i sensi).

Retina

In un mondo che ha visto la medicina e la chirurgia fare passi da giganti per consentire al nostro corpo di recuperare gran parte delle facoltà che ci venivano sciaguratamente sottratte attraverso protesi acustiche, trapianti di organi, valvole mitraliche sintetiche, capelli nuovi di zecca e persino facce innestate sui nostri muscoli; il recupero della vista è da sempre il più arduo scoglio che si pone dinnanzi a chi vuol garantire un futuro più agevole a tutti coloro che si trovano confinati al buio, per una condizione di nascita o per un tragico incidente.

Quella che è destinata ad essere la sfida cruciale del nostro secolo per la medicina, trova oggi un tassello decisivo grazie alla creazione della prima mini-retina sensibile alla luce, in grado di ridare speranza ad un aspetto della nostra vita, nel quale le buone notizie latitavano da molto tempo.

La retina sintetica è stata messa a punto dai ricercatori della Johns Hopkins University, nel Maryland, che sono riusciti a riprodurre in provetta un tessuto dotato di cellule del tutto simili a quelle dei nostri fotorecettori, neuroni specializzati che consentono al cervello di rielaborare gli impulsi elettrici che vengono trasmessi a partire dalla retina e di trasformarli in un segnale visivo definito.

I medici americani hanno dato vita ad un tessuto artificiale partendo da un gruppo di cellule staminali indotte, fatte cioè regredire ad uno stadio di sviluppo precedente a quello attuale, le quali sono poi state lasciate svulippare, in modo assitito, per un lungo perido, prima di poter essere impiegate come base per la retina artificiale

Dopo una “gestazione” in vitro durata ventotto settimane, pari al tempo che la retina umana impiega a formarsi nel grembo materno, le cellule “allevate” dai ricercatori sono state esposte ad un impulso luminoso e la loro reazione ha dato il via libera alla costruzione di un tessuto retinico fotosensibile capace di simulare modalità e tempistiche di reazione alla luce corrispondenti a quelle dell'occhio di una persona adulta.

La scoperta della Joh Hopkins è frutto di anni di duro lavoro e trova la sua origine nelle teorie e negli esperimenti condotti in Giappone nel 2011 dall'Istituto Niken, che avevano consentito la creazione di un calice ottico artificiale (ossia della struttura basilare a partire dalla quale si genera la retina) ed aperto nuove strade alla possibile creazione di un occhio umano in laboratorio.

L'esperimento americano sposta tuttavia di molto l'asticella delle possibilità in campo medico rispetto al suo predecessore nipponico: grazie al lavoro degli scienziati del Maryland non solo si è infatti dimostrata la possibilità di dare vita ad una retina in vitro, ma si è testata la completa funzionalità dell'organo artificiale di fronte agli impulsi luminosi che comunemente colpiscono i nostri sensi.

L'ultimo e decisivo passo che si prospetta per la medicina sarà quello di riuscire a convertire in immagini elaborate le sensazioni che la nuova retina invia la cervello, andando così a dar vita all'ultimo anello mancante in grado di riprodurre per intero il nostro processo visivo.

Animati da speranza, salutiamo con entusiasmo una delle scoperte mediche più sensazionali degli ultimi anni, con l'auspicio che sufficienti risorse ed energie vengano messe in campo al più presto per porre rimedio ad una delle vicissitudini umane più dolorose e complesse: se poi, un giorno, qualcuno dovesse riuscire a restituirci anche la gioia e il dolore del tempo trascorso, beh, allora, potremmo vivere senza troppi crucci la nostra vita, incuranti persino di questa gigantesca semplificazione.

In arrivo la "pillola di pomodoro" per combattere i problemi cardiaci

Tre pomodori camminano per la strada. Papà pomodoro, mamma pomodoro e il pomodorino. Il pomodorino cammina con un'aria svagata e papà pomodoro allora si arrabbia, va da lui, lo schiaccia e dice. “Fai il concentrato!”

La breve freddura, resa celebre dal film Pulp Fiction, non è stata riproposta in questa sede con l'intento di abbassare la temperatura corporea di oggi (come il suo epiteto suggerirebbe), ma semplicemente per invitare la nostra mente alla ricerca di un epilogo differente, alla luce delle più recenti scoperte in campo sanitario.

Uma

Se, infatti, il proverbiale concentrato di pomodoro ha sempre rappresentato, grazie ad un laborioso processo di essiccazione, la variante più nota del celebre ortaggio e l'alimento che meglio riassumeva tutte le virtù nutrizionali della pianta; da oggi, pare che la concentrazione dei pomodori sia destinata a raggiungere un livello superiore, destinato ad un impiego di natura terapeutica.

L'Università di Cambridge ha infatti realizzato e testato una particolare “pillola di pomodoro” in grado di migliorare la salute delle nostre arterie e di salvaguardarci dalla minaccia potenziale costituita da infarti e ictus.

Benché siano note da anni le proprietà antiossidanti dei pomodori e la loro capacità di mantenere in uno stato di buona salute il nostro sistema cardiovascolare, i meccanismi attraverso i quali agiva il licopene, composto alchilico presente in grandi dosi nell'ortaggio, si limitavano, per lo più, al campo delle ipotesi e della comune esperienza empirica.

Prendendo spunto da un'ampia letteratura che ipotizzava l'esistenza di un nesso causale tra i livelli di licopene nella nostra alimentazione e la salvaguardia del cuore, i medici sono riusciti a sintetizzare il “principio attivo” in una normale compressa (contenente 7 mg di licopene per dose), per poi passare al vaglio le loro teorie attraverso un lungo test condotto su volontari selezionati in base alle condizioni di salute del loro apparato cardiovascolare e suddivisi in “soggetti sani” e “soggetti a rischio”

Sia i pazienti sani che i pazienti con problematiche cardiache sono stati suddivisi in due ulteriori gruppi (di natura “mista) e sono stati trattati per tutta la durata del test con la pillola ad alto contenuto di licopene, oppure con un placebo, in modo del tutto casuale, seguendo lo schema del doppio-cieco che non consente di conoscere la paziente la natura del prodotto ingerito.

Al termine dell'esperimento è risultato che i soggetti con una pregressa storia clinica legata a problemi cardiovascolari che avevano assunto la pillola la licopene, presentavano un netto miglioramento del flusso sanguigno con una capacità aumentata del 53%, misura in grado di restituire alla circolazione un'incidenza simile a quella dei soggetti sani e di preservare il cuore dal pericolo di infarto e ictus.

La ricerca di Cambridge, pubblicata sulla rivista Plos One, possiede una duplice valenza in ambito nutrizionale; se i soggetti considerati “a rischio” potranno infatti trarre benefici dalla pillola ad alto contenuto di licopene, le recenti scoperte si configurano come un invito esplicito, esteso a tutti, a proseguire nell'alimentazione di tipo mediterraneo, nella quale i pomodori abbondano e i rischi di patologie cardiache appaiono allontanati da una dieta ricca di vitamine e anti-ossidanti.

A fronte delle infinite qualità benefiche del pomodoro, resta solo da rammaricarci per la malaugurata sorte di pomodorino, costretto da un padre troppo severo a vedersi negata la possibilità di crescere e condannato prematuramente ad una fine penosa, anzi lico-penosa (e con questo chiediamo realmente scusa a tutti!).

Coppie più felici se i cicli di sonno sono sincronizzati

Il segreto di un perfetto rapporto di coppia consiste, spesso, nel riuscire a fissare determinati limiti e nel riuscire a rispettarli, nonostante la tentazione si faccia a volte irresistibile; per vivere serenamente insieme bisogna sempre tenere a mente che al mondo esistono anche cose su cui è meglio tacere, domande che è meglio non porre e risposte che è meglio non dare.

Al pari dei proverbiali “Con chi stai messaggiando?” e “Parlami un po' della tua/tuo ex.”, nel novero delle domande da evitare a tutti i costi c'è quel fastidiosissimo, quanto logicamente assurdo, “Stavi dormendo?” con il quale svegliamo nel bel mezzo della notte colui (o colei) che divide il letto con noi, usando il falso pretesto di un'indagine relativa alle condizioni di veglia del nostro convivente per richiamarlo dalle dolci braccia di Morfeo, proprio sul più bello.

Coppia

Posto che se dormo non ti rispondo e se non dormo è inutile che me lo chiedi, pare che la serenità di un rapporto di coppia passi proprio dalla capacità dei due termini dell'unione di sincronizzare i loro cicli di sonno e di regolare le fasi di veglia e di veglia all'unisono.

A sostenerlo (oltre che il buon senso) è un recente studio svolto dall'Università di Pittsburgh in occasione dell'annuale Sleep 2014, conferenza planetaria dedicata al mondo del riposo, organizzata dalle Associated Professional Sleep Scoieties.

Gli studiosi della Pensilavania hanno svolto un'indagine su un campione di 46 coppie, basandosi dapprima su questionario rivolto ad individuare il rapporto individuale con il sonno di entrambi i membri dell'unione affettiva e, in una fase successiva, su un test del sonno vero e proprio, supportato dal monitoraggio costante (per dieci giorni) di cicli tempistiche attraverso l'uso di un actiografo, strumento in grado di registrare i parametri vitali di chi dorme.

Dall'esperimento americano è emerso che le coppie che asserivano di avere un rapporto sereno e gratificante (sotto ogni aspetto), condividevano anche le fasi di sonno e avevano degli organismi perfettamente sincronizzati, in grado di impostare fasi di sonno ed eventuali risvegli notturni in coincidenza con quelli del partner, fino al 75% del tempo complessivo di sonno-veglia.

Dal test americano pare emergere dunque un quadro di coppia secondo il quale, oltre ad un'intesa sessuale, ad un'affinità di intenti e ad una compatibilità caratteriale, anche la capacità di trovare un accordo nel regno del sonno, gioca un ruolo fondamentale per la stabilità del rapporto emotivo.

Resta ancora da chiarire con esattezza quale dei due termini del nesso causale svolga le veci della causa e quale sia invece l'effetto; vale a dire, se sia la stabilità amorosa a spingere i due organismi a sincronizzarsi durante il sonno, oppure se sia invece la capacità di impostare i risvegli su quelli del partner ad allietare il quadro complessivo dell'unione, fatto sta che la risoluzione di eventuali disturbi del sonno individuali potrebbe sicuramente giovare anche all'affiatamento della coppia.

Invitiamo, per tanto, tutti coloro che condividono lo stesso letto a non trascurare risvegli e apnee notturne e ad analizzare a fondo le cause del loro disagio, cercando soluzione ad un annoso problema che, oltre che a rendere le vostre giornate impossibili, potrebbe logorare alla lunga anche quelle del partner, rendendovi sempre meno gradevoli agli occhi di vi ama.

Se poi dovesse capitarvi di svegliarvi nel cuore della notte mentre il vostro(a) amato(a) dorme sogni beati, cercate almeno di non chiedergli se è sveglio, in tal caso, una solenne arrabbiatura risulterà più che giustificata, a prescindere dall'opinione che la psichiatria mondiale nutre in merito alla questione; perchè, in fondo, anche tra le coppie pù affiatate esitono sempre limiti che è meglio non superare.

Pagina 1 di 9

I più letti

logo bianco

Quotidiano di informazione online che parla di benessere, salute, tecnologia e sport. Offre informazioni in tempo reale sulle principali novità di settore.

   

 Contatti